Il brutto anatroccolo
martedì 22 dicembre 2009 alle 07:45 - scritto da: dnnl
nella categoria: Donne che corrono con i lupi
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(magiari)

il brutto anatroccolo

IL BRUTTO ANATROCCOLO (magiari)

Ci si avvic­i­nava alla sta­gione del rac­colto. Le vec­chie face­vano bam­bole verdi con le foglie di fru­mento. I vec­chi ripar­a­vano le cop­er­ture. Le ragazze rica­ma­vano fiori rosso sangue sugli abiti bianchi. I ragazzi can­ta­vano men­tre riv­olta­vano il fieno dorato. Le donne tes­se­vano ruvide cam­i­cie per l’inverno in arrivo. Gli uomini erano occu­pati a rac­cogliere i frutti che i campi ave­vano donato e a zap­pare. Il vento com­in­ci­ava a far cadere le foglie, ogni giorno di più. E giù al fiume c’era una mamma ani­tra che nel suo nido cov­ava le uova.

Tutto pro­cedeva nel migliore dei modi per mamma ani­tra, e alla fine una dopo l’altra le uova pre­sero a tremare e a vac­il­lare finchè i gusci si schiusero, e ne uscirono bar­col­lando i pic­coli ana­troc­coli. Ma restava un grosso uovo, lì immo­bile come una pietra.Arrivò una vec­chia ani­tra, e mamma ani­tra le mostrò i suoi pic­coli. “Non sono graziosi?”. Ma l’uovo non ancora dis­chiuso attrasse l’attenzione della vec­chia ani­tra, che cercò di dis­suadere mamma ani­tra dal con­tin­uare la cova.

E’ un uovo di tacchino” esclamò la vec­chia ani­tra. Ma mamma ani­tra pensò che aveva già cov­ato tanto e non le sarebbe costato niente con­tin­uare ancora un po’. Alla fine il grosso uovo prese a tremare e a roto­lare. Si schiuse e ne spuntò una grossa crea­tura sgrazi­ata. Aveva la pelle tutta seg­nata da sin­u­ose vene rosse e blu, i piedi erano di un por­pora chiaro e gli occhi di un rosa traspar­ente. Mamma ani­tra lo osservò atten­ta­mente. Non potè trat­ten­ersi: lo definì pro­prio brutto. “Forse è davvero un tacchino” pensò pre­oc­cu­pata. Ma quando il brutto ana­troc­colo entrò in acqua con gli altri pic­coli, vide che nuo­tava benis­simo. “Sì è pro­prio mio, anche se ha un aspetto strano. Alla luce giusta…è quasi carino”.

Così lo pre­sentò alle altre crea­ture della fat­to­ria, ma un’altra ana­tra beccò il brutto ana­troc­colo sul collo. Mamma ana­tra rias­settò le piume del brutto ana­troc­colo lec­ca­n­dogliele tutte per bene. Gli altri fecero di tutto per tor­men­tarlo. Lo attac­carono, lo morsero, lo bec­ca­rono gli gri­darono con­tro. E di giorno e di notte aumen­ta­vano i tor­menti. Lui si nascon­deva, si scansava, cam­mi­nava zigza­gando, ma non sfug­giva. Era al mas­simo dell’infelicità.

Inizial­mente la madre lo difese, ma poi anche lei si stancò della situ­azione ed esclamo dis­per­ata “Desidero soltanto che tu te ne vada”. E così il brutto ana­troc­colo fuggì. Corse e corse finche non giunse a una palude. Là giacque sul bordo, con il collo allun­gato, bevendo di tanto in tanto un po’ d’acqua. Di tra i giunchi lo osser­va­vano due paperi. Erano gio­vani e pieni di sé.“Tu, brutto coso, non puoi mica venire con noi, ci sono un branco di gio­vani oche che aspet­tano solo di essere scelte”. D’improvviso risuonarono dei colpi e i paperi cad­dero con un tonfo e l’acqua della palude divenne rosso sangue. Il brutto ana­troc­colo si mise al riparo.

Final­mente sulla palude tornò la qui­ete e l’anatroccolo volò il più lon­tano pos­si­bile. Al cre­pus­colo rag­giunse una povera capanna, con più crepe che mura. Là viveva una vec­chia cen­ciosa con il suo gatto spet­ti­nato e la gal­lina stra­bica. La vec­chia fu felice di aver trovato un’anatra. Forse farà le uova, pensò, oppure pos­si­amo sem­pre man­gia­rla. Così l’anatroccolo restò ma il gatto e la gal­lina lo tor­men­ta­vano sem­pre. Alla fine fu chiaro che lì l’anatroccolo non avrebbe trovato pace e quindi se ne andò per vedere se trovava qual­cosa di meglio lungo la via.

Arrivò a uno stagno e men­tre nuo­tava sentì che l’acqua diven­tava più fredda. Su di lui volò uno stormo di crea­ture, le più belle che avesse mai visto, gli lan­cia­rono delle grida e a sen­tirle il cuore gli battè forte e si spezzò. Lan­ciò un urlo che mai gli era uscito dalla gola. Non aveva mai visto crea­ture tanto belle e non si era mai sen­tito così infe­lice. Si girò e rigirò nell’acqua per osser­varle men­tre vola­vano, fino a sparire. Era fuori di sé per­ché provava un amore dis­per­ato per quei grandi uccelli bianchi, un amore che non rius­civa a comprendere.

D’improvviso prese a sof­fi­are sem­pre più forte un gran vento gelido per giorni e giorni, e com­in­ciò a cadere la neve. I vec­chi rompe­vano il ghi­ac­cio nei sec­chi del latte, le vec­chie fila­vano fino a tarda notte. Le madri nutrivano fino a tre boc­che a lume di can­dela, e gli uomini anda­vano a cer­care le pecore sotto il cielo bianco di mez­zan­otte. I gio­vani si immergevano fino al petto nella neve per mun­gere, e le ragazze immag­i­na­vano di vedere i volti dei bei gio­van­otti nelle fiamme del fuoco men­tre cuci­na­vano. E giù allo stagno l’anatroccolo doveva nuotare sem­pre più velo­ce­mente in tondo per con­ser­varsi un posto nel ghiaccio.

Una mat­tina l’anatroccolo si ritrovò con­ge­lato e stretto nel ghi­ac­cio e fu allora che sentì che sarebbe morto. For­tu­nata­mente passò di lì un fat­tore e liberò l’anatroccolo spez­zando il ghi­ac­cio con il suo bas­tone, lo sollevò, se lo mise sotto il cap­potto e si avviò a casa. Alla fat­to­ria i bam­bini si avvic­i­narono ma lui aveva paura. Volò sulle travi, facendo cadere tutta la pol­vere sul burro, da lassù si tuffò dritto nel sec­chio del latte e poi cadde nel bar­ile della farina. La moglie del fat­tore prese ad inseguirlo con la scopa, men­tre i bam­bini urla­vano e ride­vano. L’anatroccolo volò via dalla por­tic­ina del gatto e giacque sulla neve mezzo morto. Poi si tras­cino fino a un altro stagno, poi a un’altra casa e così passò tutto l’inverno, tra la vita e la morte.

Tornò il sof­fio gen­tile di pri­mav­era, e le vec­chie si mis­ero a scuotere i piu­mini, e i vec­chi riposero i lunghi cam­i­cioni. Nuovi bam­bini arrivarono di notte, men­tre i padri mis­ura­vano a grandi passi il cor­tile, sotto il cielo stel­lato. Di giorno le ragazze si orna­vano di asfodeli i capelli e i gio­vani guar­da­vano le cav­iglie delle ragazze. E nello stagno l’acqua divenne più tiep­ida e l’anatroccolo dis­tese le ali.

Com’erano grandi e forti le sue ali. Lo soll­e­va­vano in alto. Sullo stagno nuo­ta­vano tre cigni, le stesse crea­ture bel­lis­sime che aveva visto in autunno. Provò l’impulso di rag­giungerli. Discese lenta­mente nello stagno e intanto il cuore gli bat­teva forte. Non appena lo scorsero i cigni pre­sero a nuotare verso di lui. Sicu­ra­mente la mia fine è vic­ina, pensò l’anatroccolo. E piegò la testa in attesa dei colpi. Ma ecco che rif­lesso nello stagno vide un cigno in per­fetta tenuta: piu­mag­gio bianco come la neve, occhi color prugna, e tutto il resto. All’inizio non si riconobbe, per­ché era esat­ta­mente come quei bel­lis­simi estranei. Era uno di loro. Per caso il suo uovo era finito in una famiglia di ana­tre. Lui era un cigno, un glo­rioso cigno. E per la prima volta i suoi sim­ili gli si avvic­i­narono e lo sfio­rarono con gen­tilezza e affetto.

il brutto anatroccolo

Quella dell’esiliato è una figura pri­mor­diale. L’anatroccolo è il sim­bolo della natura sel­vaggia che, com­pressa in situ­azioni povere di nutri­mento, istin­ti­va­mente lotta per lib­er­arsi, qual­si­asi cosa suc­ceda. Quando la par­ti­co­lare sorta di spir­i­tu­al­ità di un indi­viduo è cir­con­data dal riconosci­mento psichico e dall’accettazione, la per­sona sente come mai prima la vita e il potere.

L’esilio del pic­colo diverso. L’anatroccolo non è brutto, sem­plice­mente non è come gli altri. Lui ha il cuore spez­zato per­ché i suoi lo rifi­u­tano. Le bam­bine dalla forte natura istin­tiva spesso sof­frono molto nei primi anni di vita. Sono tenute pri­gion­iere, addo­mes­ti­cate, accusate di essere dis­a­dat­tate. Allora l’io fon­da­men­tale della psiche è fer­ito, la bam­bina com­in­cia a credere di essere debole, brutta, inac­cetta­bile, e che tutto ciò sarà sem­pre vero.

I prob­lemi della donna sel­vaggia esil­i­ata sono duplici: inte­ri­ori e per­son­ali, ed este­ri­ori e culturali.

I vari tipi di madre. Le donne adulte hanno rice­vuto in ered­ità dalla madre vera una madre inte­ri­ore. Resta un dupli­cato materno nella psiche che agisce e reagisce come nella prima infanzia:

LA MADRE AMBIVALENTE: nella sto­ria mamma ani­tra è costretta a dis­tac­carsi dai suoi istinti. Si piega ai desideri della comu­nità invece di allinearsi con il figlio. Per paura di essere escluse dalla comu­nità spesso le donne cer­cano di for­giare la figlia in modo che si com­porti “come si deve”. Quando una donna ha questa madre ambiva­lente nella psiche può trovarsi a cedere tropo facilmente.

LA MADRE ACCASCIATA: alla fine mamma ani­tra crolla. Ciò sig­nifica che ha per­duto il senso di sé. Il modo più comune per portare una madre al crollo è costringerla a scegliere tra l’amore per il figlio e la paura che la comu­nità farà del male a sé e al figlio se non si con­formerà alle regole. Quando nella sua psiche e/o cul­tura la donna ha una madre che crolla, dubita del suo valore.

LA MADRE-BAMBINA O ORFANA DI MADRE: mamma ani­tra si dimostra molto ingenua e sem­plice. E’ una madre frag­ile, psichi­ca­mente molto gio­vane o molto ingenua. La donna che ha nella psiche la strut­tura della madre bam­bina sof­frirà di ingenui pre­sen­ti­menti, di imma­tu­rità, di una capac­ità istin­tuale inde­bolita di immag­inare cosa accadrà dopo.

LA MADRE FORTE, LA FIGLIA FORTE: il rime­dio con­siste nella capac­ità di fare da madre alla pro­pria gio­vane madre inte­ri­ore, riv­ol­gen­dosi alle donne vere del mondo esterno più vec­chie e sagge. Le relazioni tra donne sono impor­tan­tis­sime. Invece di svin­co­larci dalla madre, dob­bi­amo cer­care la madre selvaggia.

La cat­tiva com­pag­nia. L’istinto ad errare fino a trovare ciò di cui si ha bisogno è intatto. Ma spesso si bussa alle porte sbagli­ate. Questa è la risposta “ricerca dell’amore nei posti sbagliati” all’esilio. Quando una donna assume un com­por­ta­mento ripet­i­tivo coatto, insis­tendo in un com­por­ta­mento che gen­era con­sun­zione invece che vital­ità, per lenire il suo esilio, in realtà accresce i danni per­ché la ferita non viene curata e rischia di riaprirsi, sem­pre più pro­fonda. Per com­in­ciare a guarire dite la ver­ità sulla vos­tra ferita. Adot­tate la med­i­c­ina giusta, la riconoscerete per­ché rende la vita più forte, e non più debole.

L’inadeguatezza. Una donna può apparire adeguata, ma non essere capace di agire nel modo giusto. All’inizio l’anatroccolo non riesce a fare le cose giuste. Ma è per­ché è andato nel posto sbagliato per la cosa sbagliata.

Sen­ti­mento con­ge­lato, cre­ativ­ità con­ge­lata. Le donne affrontano l’esilio in altri modi. Per esem­pio si con­ge­lano. La fred­dezza è il bacio della morte per la cre­ativ­ità, i rap­porti, la vita stessa. Non è una con­quista, ma un atto di collera difen­siva. Il ghi­ac­cio dev’essere rotto e l’anima tolta dal gelo. Fate come l’anatroccolo: andate avanti, dat­evi da fare. In linea di mas­sima ciò che si muove non si con­gela. Smet­tetela di piag­nu­co­lare e muovetevi, non smet­tete di muovervi.

L’estraneo di pas­sag­gio. La per­sona che può estrarci dal ghi­ac­cio, che può lib­er­arci dalla man­canza di sen­ti­menti, non è nec­es­sari­a­mente quella cui apparte­ni­amo. E’ quell’attimo in cui lo spir­ito, in un modo o nell’altro, ci nutre, ci sosp­inge, ci mostra il pas­sag­gio seg­reto, la via di fuga.

L’esilio come grazia. Se avete ten­tato di adat­tarvi a uno stampo e non ci siete rius­cite prob­a­bil­mente avete avuto for­tuna. Vi siete pro­tette l’anima. E’ peg­gio restare nel luogo a cui non si appar­tiene che vagare sper­duti. Non è mai un errore cer­care l’affinità di cui si ha bisogno.

I gatti arruf­fati e le galline stra­biche. Essi trovano stu­pide e insen­sate le aspi­razioni dell’anatroccolo. Si tratta solo di una fon­da­men­tale incom­pat­i­bil­ità con le per­sone dis­sim­ili, che non è una colpa. Se una donna è un brutto ana­troc­colo, se è orfana di madre, i suoi istinti non sono affi­nati. Apprende provando e sbagliando. Ma c’è sper­anza per­ché l’esiliata non rin­un­cia mai. Insiste finchè non trova la guida, il pro­fumo, la trac­cia, la casa.

Memo­ria e con­ti­nu­ità. Tutte noi abbi­amo nos­tal­gia per la nos­tra natura sel­vaggia. E’ questa nos­tal­gia che ci induce a resistere, ad andare avanti, sor­rette dalla sper­anza. E’ la promessa che la psiche sel­vaggia fa a tutte noi. La memo­ria del mondo sel­vag­gio è un faro che ci guida.

Amore per l’anima. Non cedete. Tro­verete la vos­tra strada. Fase del ritorno a se stesse: l’accettazione della pro­pria bellezza unica, cioè dell’anima sel­vaggia di cui siamo fatte. Accettare la pro­pria indi­vid­u­al­ità e anche la pro­pria bellezza.

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C’è un obbligo morale ad esternare ed esprimere quanto si è appreso nella discesa o nell’ascesa all’Io sel­vag­gio. i 4 rabbiniScar­ica quì sotto la ver­sione per la stampa dei dis­egni del libro



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