L’orso della luna crescente
martedì 22 dicembre 2009 alle 09:40 - scritto da: dnnl
nella categoria: Donne che corrono con i lupi
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(Giap­pone)

orso della luna crescenteC’era una volta una gio­vane che viveva in un pro­fu­mato bosco di pini. Il mar­ito era lon­tano, a com­bat­tere una lunga guerra. Quando final­mente fu con­gedato, tornò a casa, ma si rifi­utò di entrarvi per­ché si era abit­u­ato a dormire sulle pietre. Stava giorno e notte per conto suo, nel bosco.

La gio­vane moglie era tanto ecc­i­tata quando le dis­sero che final­mente il mar­ito sarebbe ritor­nato a casa, che prese a com­prare cibi e a cucinare piatti e piatti e ciotole e ciotole di giun­cata di soia, e tre tipi di pesce e tre tipi di alghe, e riso cosparso di pepe rosso, e dei bei gam­beri, grossi e color arancio.

Sor­ri­dendo tim­i­da­mente, portò i cibi nel bosco e s’inginocchiò accanto al mar­ito tanto stanco della guerra, e gli offrì le stu­pende pietanze che aveva preparato. Ma lui saltò in piedi e diede un cal­cio ai vas­soi, sic­chè la giun­cata si sparse per terra, il pesce volò per aria, le alghe e il riso si sparpagliarono ovunque, e i grossi gam­beri aran­cioni roto­larono lungo il sentiero.

Las­ci­ami stare!” urlò, e le voltò le spalle. Era tanto in collera che lei ne ebbe quasi paura. Alla fine, dis­per­ata, riuscì a rag­giun­gere la cav­erna della guar­itrice che viveva lon­tano dal villaggio

Mio mar­ito è tor­nato grave­mente tur­bato dalla guerra” disse la moglie. “S’infuria con­tin­u­a­mente e non man­gia nulla. Vuole restare all’aperto, non vuole più vivere con me come un tempo. Puoi darmi una pozione per ren­derlo di nuovo gen­tile e affettuoso?”

La guar­itrice la rassicurò:“Posso fare questo per te, ma mi occorre uno spe­ciale ingre­di­ente. Purtroppo ho esaurito i peli dell’orso della luna crescente.

Devi dunque arrampi­carti su per la mon­tagna, trovare l’orso nero e por­tarmi un pelo della luna cres­cente che ha sulla gola. Allora potrò darti quel che ti occorre, e la vita tornerà a essere bella”.

Molte donne si sareb­bero scor­ag­giate, avreb­bero ritenuto impos­si­bile quell’impresa. Ma lei no, per­ché era una donna che amava. “Oh, ti sono così grata!” disse. “E’ così bello sapere che si può fare qualcosa”.

Si preparò dunque al viag­gio, e la mat­tina dopo prese a salire su per la mon­tagna. E intanto can­tava “Ari­gato zaisho”, che è un modo per salutare la mon­tagna e dirle “gra­zie di las­cia­rmi salire sul tuo corpo”.

Salì sulle colline dove i massi erano come grosse pag­notte di pane. Rag­giunse un altip­i­ano ricop­erto da un bosco. Gli alberi ave­vano lunghi rami drappeg­giati e foglie che pare­vano stelle. “Ari­gato zaisho” can­tava. Era un modo per ringraziare gli alberi che soll­e­va­vano le chiome per las­cia­rla pas­sare. Così riuscì ad attra­ver­sare il bosco e riprese a salire. Ora era più fati­coso. La mon­tagna aveva fiori spin­osi che si impigli­a­vano all’orlo del kimono, e rocce che le sbuc­cia­vano le pic­cole mani. Strani uccelli neri le vola­vano incon­tro nel cre­pus­colo e la spaven­tarono. Sapeva che erano muen-botoke, spir­iti dei morti che non ave­vano par­enti, e per loro intonò preghiere: “Vi sarò par­ente. Farò in modo che pos­si­ate riposare”.

Salì ancora, per­ché era una donna che amava. Salì finchè vide la neve sulla cima della mon­tagna. I piedi si bag­narono e diven­tarono freddi, ma lei con­tinuò a salire, per­ché era una donna che amava. Si scatenò una tem­pesta, e i fioc­chi di neve le entra­vano negli occhi e nelle orec­chie. Acce­cata, con­tin­u­ava a salire. E quando smise di nevi­care la donna cantò: “Ari­gato zaisho”, per ringraziare i venti che non l’accecavano più.

Si rifugiò in una pic­cola cav­erna, così pic­cola che ci stava den­tro a mala­pena. Aveva del cibo per sé, ma non mangiò; si rico­prì di foglie e dormì. La mat­tina l’aria era tran­quilla e tra la neve si scorgevano persino delle pianti­celle verdi. “Ecco” pensò “è arrivato il momento di trovare l’orso della luna crescente”.

Cercò tutto il giorno e all’imbrunire trovò delle grosse cat­a­ste di legna e non ebbe più bisogno di cer­care, per­ché un gigan­tesco orso nero cam­mi­nava pesan­te­mente sulla neve, las­cian­dosi dietro pro­fonde orme. L’orso della luna cres­cente ringhiò fero­ce­mente ed entrò nella sua tana. La donna frugò nel suo fagotto e mise il cibo che aveva por­tato in una ciotola. L’appoggiò sulla soglia della tana e tornò a nascon­dersi nel suo rifu­gio. L’orso sentì l’odore del cibo e uscì bar­col­lando dalla sua tana, ringhi­ando così forte da far roto­lare delle pietre. L’orso girò un po’ di volte attorno al cibo, sentì il vento e inghiottì il cibo in un sol boc­cone. Poi sparì nella sua tana.

La sera dopo la donna fece la stessa cosa, ma dopo aver deposi­tato la ciotola non tornò nel suo rifu­gio ma si fermò a mezza strada. L’orso sentì l’odore del cibo, uscì dalla tana, ringhiò da scrol­lare le stelle dei cieli, girò attorno, molto cau­ta­mente sentì l’aria, ma alla fine inghiottì il cibo e tornò nella sua tana. La cosa con­tinuò per parec­chie notti finchè in una scura notte blu la donna sentì di avere abbas­tanza cor­ag­gio da aspettare vicino alla tana dell’orso.

Mise il cibo nella ciotola sulla soglia della tana e lì rimase in piedi, in attesa. Quando l’orso sentì l’odore del cibo e uscì, vide anche un pic­colo paio di piedi umani. L’orso alzò il capo e ringhiò tanto forte da farle rumoreg­giare le ossa. La donna tremava, ma restò al suo posto. L’orso si rip­iegò sulle zampe pos­te­ri­ori, spalancò le fauci e ringhiò tanto che la donna potè vedere il palato rosso e mar­rone della bocca. Ma non si diede alla fuga. L’orso ringhiò più forte e allungò le zampe come per affer­rarla, con i dieci artigli che pen­de­vano come dieci lunghi coltelli sulla sua testa. La donna tremava come una foglia al vento, ma rimase ferma dov’era.

Per favore caro orso” implorò “per favore, ho fatto tutta questa strada per­ché ho bisogno di una cura per mio mar­ito”. L’orso las­ciò ricadere a terra le zampe soll­e­vando una nuvola di neve, e osservò la fac­cia ter­ror­iz­zata della donna. Per un attimo alla donna parve di poter vedere intere catene mon­tu­ose, val­late, fiumi e vil­laggi rif­lessi nei vec­chi occhi dell’orso. Provò una gran pace, e smise di tremare.

Ti prego caro orso, ti ho nutrito per tante notti, potrei avere un pelo della luna cres­cente che hai sulla gola?”. L’orso riflet­teva e pen­sava: questa pic­cola donna sarebbe un buon cibo. Ma improvvisa­mente provò per lei tanta pietà. “E’ vero” disse l’orso della luna cres­cente, “sei stata buona con me. Puoi pren­dere un mio pelo. Ma fai in fretta e tor­natene a casa”.

L’orso sollevò il muso per­ché potesse vedere la bianca luna cres­cente sulla gola, e la donna vide anche il suo cuore pul­sare forte. La donna pog­giò una mano sul collo dell’orso, e con l’altra prese un lucente pelo bianco, e in fretta lo strappò. L’orso indi­etreg­giò e urlo come fosse stato fer­ito. Poi il dolore si trasformò in stizza.

Oh gra­zie mille orso della luna cres­cente.” La donna si piegò in mille inchini, ma l’orso grugnì e fece un passo avanti. Urlò parole che lei non poteva com­pren­dere e che pure aveva sem­pre saputo. La donna si volse e volò giù dalla mon­tagna. Corse sotto gli alberi con le foglie a stella. E sem­pre andava into­nando: “Ari­gato zaisho”, per ringraziare gli alberi che soll­e­vando i rami la las­ci­a­vano pas­sare. Inci­ampò sui massi che pare­vano grosse pag­notte di pane urlando: “Ari­gati zaisho”, per ringraziare la mon­tagna che l’aveva fatta salire sul suo corpo.

Sebbene avesse gli abiti ridotti a bran­delli, i capelli spet­ti­nati e la fac­cia sporca, corse giù per gli scalini di pietra che por­ta­vano al vil­lag­gio e rag­giunse la capanna dove la guar­itrice sedeva a curare il fuoco. “Guarda, l’ho trovato, il pelo dell’orso della luna cres­cente!” urlava la gio­vane donna.

Bene” disse la guar­itrice con un sor­riso. Prese il pelo bianco e lo guardò alla luce. “Sì, è un aut­en­tico pelo dell’orso della luna cres­cente”. Poi d’improvviso si volse e gettò il pelo nel fuoco, dove scop­pi­ettò e bru­ciò in una bella fiamma arancione.

No” urlò la donna “cosa hai fatto?”

Cal­mati, va bene così, è tutto a posto”, disse la guar­itrice. “Ti ricordi tutto quello che hai fatto per scalare la mon­tagna? Ricordi tutto quello che hai fatto per con­quistare la fidu­cia dell’orso? Ricordi quello che hai visto, quello che hai udito?”.

Sì” rispose la donna, “lo ricordo benissimo”.

La vec­chia guar­itrice le sor­rise dol­cemente e disse: “Ora, figlia mia, torna a casa con tutte queste nuove conoscenze, e com­por­tati nello stesso modo con tuo marito”.

orso della luna crescente

La collera come maes­tra: Il con­tenuto di questa sto­ria ci mostra che la pazienza soc­corre la collera, ma il mes­sag­gio indi­retto riguarda quanto una donna deve fare per riportare l’ordine nella psiche e rin­fran­care l’io in collera. Per affrontare e guarire la collera è nec­es­sario: ricer­care una forza salutare, sag­gia e qui­eta (la guar­itrice); accettare la sfida di pen­e­trare nel ter­ri­to­rio psichico (la sca­lata della mon­tagna), riconoscere le illu­sioni (super­are i massi, cor­rere sotto gli alberi), dare riposo ad antichi pen­sieri e sen­ti­menti osses­sivi (gli inqui­eti spir­iti), sol­lecitare il grande com­pas­sionev­ole Io (nutrire l’orso), com­pren­dere il lato ringhi­ante della psiche com­pas­sionev­ole (riconoscere che l’orso non è docile). La cura sta nel processo di ricerca e prat­ica e non in un’unica idea (dis­truzione del pelo).

La psiche ha un lato tor­tu­rato e molto in collera rap­p­re­sen­tato dal mar­ito, lo spir­ito amante della psiche, la moglie, assume il com­pito di trovare una cura per la collera.

La pazienza è un’ottima cosa per la collera antica come per la nuova, e ottima cosa è la ricerca di una cura.

Il lavoro psichico va fatto sia nel mondo inte­ri­ore che in quello este­ri­ore. Pos­si­amo usare la luce della collera in un modo pos­i­tivo, per vedere dove di solito non pos­si­amo vedere. Tutte le emozioni, anche la collera, por­tano sapienza, pen­e­trazione, illu­mi­nazione. Ma la collera non trasfor­mata può diventare un mantra su quanto siamo stati oppressi, fer­iti e tor­tu­rati. La collera cor­rode la nos­tra fede che possa accadere qual­cosa di buono. Dietro alla perdita della sper­anza di solito c’è la collera, dietro alla collera il dolore, dietro al dolore una qualche tortura.

La sca­lata della mon­tagna: invece di cer­care di “com­portarci bene”, di non sen­tire la nos­tra collera, è bene invi­tarla a sedere accanto a noi. All’inizio la collera si com­porta come il mar­ito della sto­ria: non vuol man­giare, non vuol par­lare, vuol stare per conto suo. In questo momento critico chi­ami­amo la guar­itrice, la nos­tra parte più sag­gia, le nos­tre risorse migliori. La guar­itrice inte­ri­ore mantiene la calma per immag­inare come pro­cedere nel migliore dei modi, osser­vando con calma la situ­azione che provoca la nos­tra collera, proi­et­tan­doci nel futuro per farci vedere cosa ci ren­derebbe orgogliose del nos­tro com­por­ta­mento pas­sato, con il senno di poi.

Noi vogliamo usare la collera come forza cre­ativa. Per cam­biare, svilup­pare, pro­teggere. Se c’è calma può esserci apprendi­mento, se divampa un ter­ri­bile fuoco esso lascerà solo cenere.

E’ bene riti­rarsi sulla mon­tagna quando non sap­pi­amo che altro fare. Nelle fiabe la mon­tagna è il sim­bolo che descrive i liv­elli di padro­nanza da rag­giun­gere prima di salire al liv­ello suc­ces­sivo. Sca­lando la mon­tagna sconosci­uta con­quis­ti­amo una vera conoscenza della psiche istin­tiva. Nella sto­ria la mon­tagna con­sente alla donna di salire e gli alberi soll­e­vano i rami per las­cia­rla pas­sare. E’ il sim­bolo del diradarsi delle illu­sioni. Soll­e­vare i veli dell’illusione rende tanto forti da sop­portare la vita, con­sente di imparare a non pren­dere troppo sul serio la prima impres­sione, ma a guardare oltre. La donna della sto­ria com­pie il suo viag­gio per portare luce nell’oscurità della collera. Per farlo deve com­pren­dere i vari strati di realtà sulla mon­tagna. Abbi­amo tante illu­sioni nella vita!

Gli uccelli: la rab­bia è il risul­tato di fan­tasmi che non riposano in pace per­ché nes­suno se n’è occupato.

L’orso — spir­ito: per gli antichi l’orso rap­p­re­senta la res­ur­rezione (il letargo). L’orso può essere inteso come la capac­ità di rego­lare la pro­pria vita, specie quella del sen­ti­mento. L’orso si muove sec­ondo i cicli, va in letargo e rin­nova l’energia per il ciclo suc­ces­sivo. Si può con­ser­vare un con­trollo della pres­sione della vita emo­tiva, si può essere insieme fieri e gen­erosi, ret­i­centi e preziosi. Si può pro­teggere il ter­ri­to­rio, seg­nare chiara­mente i con­fini, scuotere il cielo se nec­es­sario, ed essere comunque disponi­bili, acces­si­bili, capaci di generare.

Il fuoco trasfor­ma­tore e l’azione giusta: nello Zen, il momento in cui la guar­itrice getta il pelo nel fuoco è il momento della vera illu­mi­nazione. Questa avviene quando la proiezione della cura mag­ica si dis­solve. Quello che serve è la PRATICA: occorre tornare a casa e com­piere i vari passi, uno dopo l’altro, tutte le volte che è nec­es­sario, il più a lungo pos­si­bile o per sem­pre. Quando insorge la collera dob­bi­amo ten­erla in attesa, lib­er­are le illu­sioni, salire sulla mon­tagna e parlarle.

Tor­nata la donna dalla mon­tagna, la vita torna ad essere mon­dana, lei possiede il dono dell’esperienza sulla mon­tagna, ha la conoscenza. L’energia della collera può essere usata per altro. Pure, un giorno, la collera spun­terà di nuovo (per uno sguardo, una parola, un tono di voce, la sen­sazione di essere trat­tata senza stima, o manipo­lata). Le par­ti­celle residue della collera orig­i­naria provo­cano una sof­ferenza intensa quasi come la ferita orig­i­naria. Allora ci si irrigidisce e si aumenta così la sof­ferenza. E’ d’obbligo allora fer­marsi, riti­rarsi e scegliere la solitudine.

I des­can­sos: c’è un tempo dell’esistenza in cui una donna prende una deci­sione impor­tante per la sua vita futura: essere amara o non esserlo. I des­can­sos sono pic­coli croci bianche lungo le vie, sono luoghi di sosta. Sono lì in memo­ria della morte di qual­cuno. Le donne muoiono migli­aia di volte prima dei vent’anni. Se questo appro­fondisce l’individuazione, la crescita, la con­sapev­olezza, si tratta anche di tragedie tremende, e come tali vanno piante. Fare dei des­can­sos vuol dire guardare la pro­pria esistenza e seg­nare dove sono avvenute le pic­cole e le grandi morti.

L’istinto offeso e la collera: è nec­es­sario fare rispettare con­fini ben pre­cisi e dare risposte ferme. Una donna può avere dif­fi­coltà a lib­er­are la collera anche quando le intral­cia la vita. Sof­fer­marsi sui traumi serve per arrivare alla gua­ri­gione, ma alla fine le ferite devono essere sutu­rate, diventare cicatrici.

L’insabbiamento in una rab­bia antica: quando una donna ha dif­fi­coltà a las­ciar sbol­lire la rab­bia, spesso è per­ché la usa per sen­tirsi più forte. Ma la collera con­tinua bru­cia l’energia pri­maria. La foga della collera non va con­fusa con la vita appas­sion­ata. E’ una difesa che costa molto mantenere.

C’è un modo di uscirne: il perdono.

Le quat­tro fasi del perdono:

1– PRENDERE LE DISTANZE: è bene allon­ta­narsi, non pen­sare per un po’ alla per­sona o all’evento. Ci las­ci­amo uno spazio per raf­forzarci, per godere di altre felicità.

2– ASTENERSI: evitare il cas­tigo. Avere pazienza, resistere, incanalare l’emozione. Prati­care la generosità.

3– DIMENTICARE: las­ciare andare, allentare la presa, in par­ti­co­lare nella memo­ria. Rel­e­gare la ques­tione sullo sfondo, rifi­u­tando di rac­cogliere il mate­ri­ale infi­amma­bile. Non fomen­tarsi con pen­sieri, immag­ini, emozioni ripet­i­tivi. Abban­donare la prat­ica di osses­sion­arsi, creare un pae­sag­gio nuovo, una vita nuova e nuove espe­rienze a cui pensare.

4– PERDONARE: il per­dono “defin­i­tivo” non sig­nifica resa, è la deci­sione con­scia di smet­terla di nutrire il risen­ti­mento, di rin­un­ciare alla rap­pre­saglia. Sig­nifica rin­un­ciare non alla pro­tezione, ma alla freddezza.




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