Pelle di foca
martedì 22 dicembre 2009 alle 08:44 - scritto da: dnnl
nella categoria: Donne che corrono con i lupi
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pelle di focaPelle di foca

In un tempo lon­tano lon­tano, per­duto per sem­pre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lon­tananza i minus­coli granelli sono per­sone o cani oppure orsi. Qui nulla fior­isce spon­tanea­mente. I venti sof­fi­ano tanto forti che tutti devono di neces­sità indos­sare giac­che a vento, sti­vali e berretti. Qui, all’aperto le parole si con­ge­lano, e intere frasi devono essere rotte sulle lab­bra di chi parla e dis­ge­late accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbon­dante capigliatura della vec­chia Annaluk, la vec­chia nonna, la vec­chia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime ave­vano sca­v­ato abissi sulle sue guance.

Cer­cava di sor­rid­ere e di stare con­tento. Andava a cac­cia, dormiva ben­eMa desider­ava tanto una com­pagna umana. Tal­volta, quando si avvic­i­nava al suo kajak una foca, ram­men­tava le antiche sto­rie sulle foche ch’erano un tempo esseri umani, e a ricor­dare quel tempo resta­vano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi…

E allora tal­volta sen­tiva così dolorosa­mente la sua soli­tu­dine che le lacrime scen­de­vano lungo i crepacci del volto.Una volta cac­ciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Men­tre la luna si lev­ava alta nel cielo e il ghi­ac­cio brillava, rag­giunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movi­mento di grazia eccelsa. Remò lenta­mente e silen­ziosa­mente per avvic­i­narsi, ed ecco che sullo scoglio pos­sente dan­za­vano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le ave­vano par­torite. Rimase a guardare. Le donne pare­vano essere fatte di latte di luna, con la pelle pun­teggiata d’argento come i salmoni a pri­mav­era, e piedi e mani sot­tili e leggiadri.

Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, men­tre le onde leg­gere lo trasporta­vano sem­pre più vicino allo scoglio. Sen­tiva ora le mag­ni­fiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era con­fuso per­ché era abbagliato. La soli­tu­dine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflet­tere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giace­vano. Si nascose dietro uno spun­tone e infilo una pelle di foca nel suo qut­mguk, la giacca di pel­lic­cia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all’alba…o quella dei lupac­chiotti che ruz­zolano a pri­mav­era. Che cosa anda­vano ora facendo le donne?

Infila­vano la loro pelle di foca e una dopo l’altra scivola­vano nel mare, urlando e uggi­olando felici. Una no. Cer­cava dap­per­tutto ma non rius­civa a trovare la sua pelle. L’uomo prese cor­ag­gio e neanche sapeva per­ché. Le si mostrò: “Sii mia moglie, io sono un uomo così solo”.

Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto”

Sii mia moglie” insis­tette l’uomo ” tra sette estati ti resti­tuirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai”.

La gio­vane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che pare­vano umani. Rilut­tante disse: “Verrò con te, tra sette estati si deciderà”.

Ebbero un bam­bino e lo chia­marono Ooruk. E il bam­bino era agile e gras­soc­cio. In inverno la madre rac­contò a Ooruk le sto­rie delle crea­ture che vivono sotto al mare men­tre il padre tagli­ava a pic­coli pezzi un orso con il suo lungo coltello affi­lato. Quando la madre por­tava il pic­colo Ooruk a letto, gli indi­cava attra­verso l’apertura per il fumo le nuv­ole e tutte le loro forme e rac­con­tava sto­rie di trichechi, balene, foche e salmoni, per­ché erano quelle le crea­ture che conosceva.

Ma col pas­sare del tempo la sua carne prese a sec­ca­rsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Com­in­ciò a cadere la pelle delle palpe­bre e cad­dero a terra anche i capelli. Diventò del più pal­lido bianco. Cercò di nascon­dere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offus­ca­v­ano sem­pre di più e la vista le si faceva sem­pre più debole.

E così andarono le cose finchè una notte il pic­colo Ooruk non fu sveg­liato da un urlo, e del tutto inson­no­lito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che pic­chi­ava sua madre. Udì un pianto come di argento tintin­nante sulla pietra, che era sua madre.

Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l’ottavo inverno. Voglio che mi sia resti­tu­ito ciò di cui sono fatta” gemeva la donna foca. “devo avere ciò a cui appartengo”.

E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bam­bino senza madre. Sei cattiva”.

E il mar­ito strappò la porta leg­gera e sparì nella notte.

Il bam­bino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piom­bare nel sonno, per essere risveg­liato dal vento. Un vento strano, che pareva chia­marlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si pre­cip­itò fuori nella notte stel­lata. Corse alla scogliera e in lon­tananza, sul mare agi­tato dal vento, scorse una grande foca argen­tea e irsuta dalla testa enorme, con le vib­risse che scen­de­vano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. “Ooooooruk”.

Il bam­bini a fat­ica discese giù lungo la scogliera e in fondo ince­spicò su una pietra, no, un involto, roto­lato giù da una fendi­tura nella roc­cia. “Oooooruk”.

Il bam­bino aprì l’involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sen­tiva tutto il suo odore. L’anima della madre lo attra­versò come un improvviso vento d’estate. Si portò la pelle al volto e l’anima di sua madre attra­versò di nuovo la sua.

E la vec­chia foca argen­tea lenta­mente si immerse nelle acque profonde.

Il bam­bino si iner­picò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolaz­zava dietro, e si pre­cip­itò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e soc­chiuse gli occhi, grata per­ché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il pic­colo e se lo mise sotto il brac­cio e corse verso il mare ruggente.

Oh madre non las­cia­rmi” implorò Ooruk.

Lei vol­eva restare con il suo bam­bino, ma qual­cosa la chia­mava, qual­cosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di ter­ri­bile amore negli occhi. Prese il viso del bam­bino tra le mani e sof­fiò il suo dolce respiro nei suoi pol­moni. Allora, tenen­dolo sotto il brac­cio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sem­pre più a fondo, e la donna-foca e il suo bam­bino res­pi­ra­vano agevol­mente nell’acqua. E sce­sero nuotando sem­pre più a fondo, fino a rag­giun­gere la grotta delle foche dove crea­ture di ogni genere banchet­ta­vano e can­ta­vano, dan­za­vano e parla­vano, e la grande foca argen­tea che aveva chiam­ato Ooruk nella notte abbrac­ciò il bam­bino e lo chi­amò nipote.

Come sono andate le cose lassù figlia?” domandò la grande foca argentea.

La donna foca guardò in lon­tananza e disse: “Ho fer­ito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, per­ché se lo facessi resterei prigioniera.”.

E il bam­bino?” domandò la vec­chi foca. “Il mio nipotino?”. Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.

Lui deve tornare. Non può fer­marsi. Non è ancora tempo che resti con noi”. E pianse. E insieme piansero.

Pas­sarono alcuni giorni e alcune notti, per l’esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucen­tezza. Diventò di un bel col­ore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue roton­dità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di resti­tuire il bam­bino alla terra. Quella notte la vec­chia foca e la bella madre del bam­bino nuo­tarono tenen­dolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle pro­fon­dità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, del­i­cata­mente pog­gia­rono Ooruk sulla riva piet­rosa. La madre lo ras­si­curò: “Sarò sem­pre con te. Tocca quel che ho toc­cato, i leg­netti per accen­dere il fuoco, il mio coltello, le inci­sioni che ho fatto sulla pietra di lon­tre e foche, e io soffierò nei tuoi pol­moni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.

Più volte la vec­chia foca argen­tea e sua figlia bacia­rono il bam­bino. Infine si allon­ta­narono al largo e con un ultimo sguardo scom­parvero tra le onde. E Ooruk, sic­come il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suona­tore di tam­buro, can­tore e artefice di sto­rie, e si disse che tutto ciò accadde per­ché il bam­bino era sopravvis­suto ed era stato ripor­tato dalle pro­fon­dità del mare dagli spir­iti delle foche.

Ora, nelle grigie brume del mat­tino, tal­volta lo si vede ancora, rip­ie­gato in ginoc­chio su una certa roc­cia del mare, men­tre pare par­lare con una certa foca che spesso si avvic­ina alla riva. Molti hanno cer­cato di cat­turarla, ma nes­suno ci è mai rius­cito e’ nota come Tan­qig­caq, la bril­lante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, sel­vaggi e amorosi.

pelle di foca

Perdita del senso dell’anima come iniziazione: la foca è un sim­bolo dell’anima sel­vaggia. E’ affet­tu­osa e un sorta di purezza emana da lei, è anche pron­tis­sima a rea­gire. Così è l’anima. Si libra nelle vic­i­nanze. Nutre lo spir­ito. Non fugge quando per­cepisce qual­cosa di nuovo o insolito o dif­fi­cile.
L’anima delle donne gio­vani o ines­perte non conosce le inten­zioni altrui o il poten­ziale peri­colo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occa­sione della vita, dell’amore o del pro­prio spir­ito) avviene approf­ittando del lato debole: per inge­nu­ità, scarsa intu­izione dei moventi altrui, ines­pe­rienza nell’immaginare il futuro, man­canza di atten­zione per gli indizi pre­senti nell’ambiente intorno.
L’essere deru­bati si trasforma in un’occasione di iniziazione arche­tipa. Si rin­forza la deci­sione di lottare per una reden­zione con­sapev­ole, si chiarisce cosa è soprat­tutto impor­tante per noi, si sente la neces­sità di un prog­etto di lib­er­azione psichica, di met­tere in atto la nuova saggezza.

La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall’iniziale incon­sapev­olezza, seguita da un inganno e poi dalla scop­erta del modo per ricon­quistare il potere.
Ogni donna lon­tano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cer­care la sua pelle per resus­citare il suo senso dell’io e dell’anima. A mano a mano per­diamo la sen­sazione di essere com­ple­ta­mente nella nos­tra pelle. La pelle-anima svanisce quando non pres­ti­amo atten­zione a ciò che sti­amo vera­mente facendo, e in par­ti­co­lare a quanto ci costa. La per­diamo las­cian­doci troppo coin­vol­gere dall’io, diven­tando troppo esi­genti, facen­doci mar­t­i­riz­zare, las­cian­doci trascinare da un’ambizione cieca, abban­do­nan­doci all’insoddisfazione, pre­tendendo di essere una fonte inesauri­bile per gli altri, non facendo tutto il pos­si­bile per aiutarci.
Tutte le crea­ture della terra tor­nano a casa. Ci sono donne che subis­cono il furto a causa di rap­porti con per­sone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diven­tano per­ni­ciose. Ci vogliono forza e volontà per super­are queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé.
Se la pelle può andare per­duta per un amore sbagliato o dev­as­tante, può andare per­duta anche in un amore bello e pro­fondo. Il furto dipende infatti dal costo che rap­p­re­senta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, ener­gia, osser­vazione, atten­zione, cure, adde­stra­mento, pre­senza, inseg­na­mento. Questi movi­menti della psiche sono come prel­e­va­menti dai risparmi psichici. E’ l’andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l’offuscamento dei nos­tri istinti più acuti.
Tutte noi saliamo sullo scoglio e danzi­amo, senza prestare atten­zione. E a un tratto non rius­ci­amo più a trovare quel che ci appar­tiene o ciò a cui apparte­ni­amo. Vaghi­amo un po’ stu­pe­fatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le fac­ciamo.
Perdere la pelle è perdere la pro­tezione, il calore, il sis­tema di allarme, la vita istin­tiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chi­unque o qual­si­asi cosa impres­sioni con la sua forza, si diviene scher­zose invece che inci­sive, si butta sul rid­ere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo suc­ces­sivo, dalla discesa e da un sog­giorno lungo abbas­tanza per­ché qual­cosa possa accadere.

L’uomo soli­tario: immag­ini­amo che l’uomo che ruba la pelle di foca rap­p­re­senti l’io della psiche fem­minile. All’inizio l’io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent’anni, ai trenta, o più spesso ai quar­anta, las­ci­amo che sia l’anima a prevalere. Fin dalla nascita c’è il bisogno che sia l’anima a guidare la nos­tra vita, per­ché l’io può com­pren­dere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e lim­i­tato.
L’uomo soli­tario del rac­conto cerca di parte­ci­pare alla vita dell’anima. Ma cerca di affer­rarla invece di instau­rare un rap­porto. L’io ruba la pelle di foca per­ché, solo e affam­ato, ama la luce. L’anima è costretta a una relazione con l’io. Questo crea un tem­po­ra­neo arran­gia­mento che pro­durrà un pic­colo spir­ito capace di coabitare tra mon­dano e sel­vag­gio.

Lo spir­ito bam­bino: l’unione tra io e anima pro­duce lo spir­ito bam­bino. Questo pic­colo spir­ito è la niña mila­grosa, capace di udire il richi­amo, la voce lon­tana che dice: è tempo di tornare a sé. E’ il pic­colo che riporta la pelle di foca alla madre e le con­sente di tornare a casa. E’ un potere spir­i­tuale che ci incita a con­tin­uare il nos­tro lavoro impor­tante, a cam­biare la nos­tra vita, a miglio­rare la comu­nità, a dare una mano per cam­biare il mondo…tornando a casa.

Inar­idi­mento e muti­lazione: in genere depres­sioni, noia e con­fu­sioni deli­ranti sono provo­cate da una vita dell’anima sev­era­mente ristretta. Quando siamo ormai inar­idite cer­chi­amo di cam­minare tutte bloc­cate, per far vedere che ce la fac­ciamo, che va tutto bene. ma la vita è umil­i­ata, il costo altissimo. E’ nec­es­sario un ritorno nella pro­pria pelle, al pro­prio senso istin­tuale, a casa. E’ dif­fi­cile riconoscere una con­dizione di inar­idi­mento se non cor­ri­amo un grosso peri­colo. Allora si sente il richi­amo alla pro­pria vera natura.

Ascoltare l’antico richi­amo: la voce in sogno è con­sid­er­ata un mes­sag­gio diretto dell’anima. Nella sto­ria la vec­chia foca sale dal mare per lan­ciare il richi­amo, finchè qual­cosa in noi non risponde. Il seg­nale parte quando qual­cosa com­in­cia ad essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inar­idi­amo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il mis­te­rioso deside­rio di qual­cosa si leva sem­pre più in alto. Il richi­amo va seguito anche quando non abbi­amo la min­ima idea di dove andare. Sap­pi­amo soltanto che dob­bi­amo alzarci e andare a vedere. Alla fine inci­amper­emo nella pelle di foca.

Un sog­giorno troppo pro­tratto: la donna-foca si dis­secca per­ché resta troppo a lungo lon­tana da casa. Nel rac­conto diventa una ver­sione ane­m­ica di quello che fu. Non bisogna con­sumarsi la vita in un mat­ri­mo­nio, una fat­ica o uno sforzo inutili o poco grat­i­f­i­canti. Se si resta lon­tane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avan­zare nella vita.
Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. molti sono i modi per tornare a casa: alcuni pro­fani, altri divini. Rileg­gere passi di libri o poe­sie; pas­sare qualche min­uto in riva al fiume; sedere sotto il por­tico a ram­men­dare qual­cosa; cam­minare senza meta; salutare il sole che sorge; pre­gare; tenere in brac­cio un bam­bino pic­colo; aprire le mani sotto la piog­gia; con­tem­plare la bellezza, la grazia, la com­movente fragilità degli esseri umani.
Il con­tinuo riman­dare il ritorno può essere dovuto all’identificazione della donna con l’archetipo della guar­itrice. Questo arche­tipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d’impedimento alla nos­tra vita. Per evitare la trap­pola bisogna imparare a dire : “Alt” e “Basta con la musica”. Il fon­da­men­tale istinto sel­vag­gio che decide “solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più” deve essere recu­per­ato e svilup­pato. Meglio tornare a casa per un po’, anche se gli altri si irri­tano, che restare e peg­gio­rare, fino a cadere a pezzi. Se non andi­amo a casa quando è tempo di andare per­diamo la con­cen­trazione. Non potete ritornare nell’utero, ma potete ritornare alla casa-anima.

Lo sciogli­mento, il tuffo: la casa è là dove un pen­siero o una sen­sazione pos­sono svilup­parsi invece di essere inter­rotti o di esserci strap­pati per­ché altro richiede la nos­tra atten­zione o il nos­tro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare.
Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abban­do­nata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale fre­quenza deve tornare a casa.

Res­pi­rare sott’acqua: la donna foca porta il bam­bino a trovare quelli che vivono sotto. Il bam­bino rap­p­re­senta un nuovo ordine della psiche, è un essere medi­ale, capace di attra­ver­sare entrambi i mondi, non è com­ple­ta­mente io né com­ple­ta­mente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del rac­conto è un’emanazione dell’anima. E’ in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pesca­tore (l’io psiche) cre­ano un bam­bino che può vivere anch’esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima.
La donna foca, l’io-anima, passa idee, sen­ti­menti, pen­sieri e impulsi dall’acqua all’io medi­ale, che a sua volta li porta a terra e alla con­sapev­olezza del mondo esterno. C’è anche il per­corso inverso: gli eventi della vita quo­tid­i­ana, i traumi e le gioie, i tim­ori e le sper­anze, ven­gono pas­sati all’anima, che li com­menta nei sogni not­turni e manda le sue sen­sazioni verso l’alto attra­verso il corpo. La donna sel­vaggia è una com­bi­nazione di buon senso comune e di senso dell’anima. La donna medi­ale è il suo doppio, è di questo mondo ma può rag­giun­gere gli angoli più riposti della psiche.

L’emersione: ma non pos­si­amo restare sott’acqua per sem­pre, dob­bi­amo risalire in super­fi­cie. Il rime­dio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bam­bino: “sarò sem­pre con te”. Come il bam­bino della donna foca impar­i­amo che avvic­i­narci alla creazione della madre anima è esserne ricol­mate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri fem­minili di intro­spezione, pas­sione e con­nes­sione alla natura sel­vaggia. Se man­ter­remo i con­tatti con gli stru­menti della forza psichica, sen­tiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena tor­ni­amo al mondo rumor­oso tutto ha un aspetto leg­ger­mente estra­neo. La sen­sazione di venire da un mondo estra­neo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passer­emo il tempo nella nos­tra vita mon­dana, ali­men­tate dall’energia rac­colta durante il viag­gio a casa.
Nel rac­conto il bam­bino mette in prat­ica la natura medi­ale. Suona il tam­buro, canta, diventa can­tas­to­rie. Il can­tore porta mes­saggi avanti e indi­etro, tra la grande anima e l’io mon­dano. Così il bam­bino vive quanto la donna foca ha sof­fi­ato su di lui. Allora, invece di cer­care di “far durare la magia”, vivi­amo.

L’esercizio della soli­tu­dine inten­zionale: il bam­bino ormai grande s’inginocchia su uno scoglio e con­versa con la donna foca. Questo eser­cizio quo­tid­i­ano e inten­zionale della soli­tu­dine gli con­sente di stare vicino a casa in modo critico, rius­cendo a richia­mare l’anima nel mondo di sopra per bre­vis­simi peri­odi. Soli­tu­dine non è assenza di ener­gia o di azione, ma un dono di provviste sel­vagge. Come si fa a richia­mare l’anima? In molti modi: con la med­i­tazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrit­tura, della pit­tura, con i riti e i rit­u­ali, con l’immobilità, la qui­ete. Tutte abbi­amo uno stato men­tale famil­iare in cui real­iz­zare questo genere di soli­tu­dine. Bisogna spen­gere tutte le dis­trazioni. La soli­tu­dine vive di poco: costa soltanto qual­cosa in inten­zione e per­se­ver­anza, ma qual­si­asi tempo e qual­si­asi luogo vanno bene.
Pos­si­amo vivere sulla terra, ma non per sem­pre, non senza viaggi nell’acqua e a casa. Le cul­ture esager­ata­mente civ­i­liz­zate e oppres­sive cer­cano di trat­tenere la donna dal ritorno a casa, troppo spesso le si intima di star lon­tano dall’acqua, finchè sma­grisce e si inde­bolisce. Ma quando arriva il richi­amo, una parte di lei lo ode sem­pre e va, per­ché si è preparata a seguirlo. Il ritorno a casa e la con­ver­sazione con la foca sono i nos­tri atti di innata e inte­grale ecolo­gia, per­ché sono un incon­tro con l’anima selvaggia.

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