Scarpette rosse
martedì 22 dicembre 2009 alle 08:32 - scritto da: dnnl
nella categoria: Donne che corrono con i lupi
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scarpette rosse Scar­pette rosse

C’era una volta una povera orfana che non aveva scarpe. La bimba con­ser­vava tutti gli stracci che rius­civa a trovare finchè un bel giorno riuscì a con­fezionarsi un paio di scar­pette rosse. Erano rozze, ma le piace­vano. La face­vano sen­tire ricca nonos­tante trascor­resse, fino a sera inoltrata, le sue gior­nate a cer­care cibo nei boschi.

Un giorno, men­tre per­cor­reva fati­cosa­mente una strada, vestita dei suoi stracci e con le scar­pette rosse ai piedi, una car­rozza dorata le si fermò accanto. La vec­chia sig­nora che la occu­pava le disse che l’avrebbe por­tata a casa con sé e l’avrebbe trat­tata come una sua figli­o­letta. Così andarono nella dimora della vec­chia sig­nora ricca, e là furono lavati e pet­ti­nati i capelli della bam­bina. Le furono dati biancheria fine, un bell’abito di lana e calze bianche e lucide scarpe nere. Quando la bam­bina chiese dei suoi vec­chi abiti, e in par­ti­co­lare delle scar­pette rosse, la vec­chia le rispose che, sudici e ridi­coli com’erano, li aveva get­tati nel fuoco.

La bimba era molto triste per­ché quelle umili scar­pette rosse che aveva fatto con le pro­prie mani le ave­vano dato la più grande felic­ità. Ora era costretta a stare sem­pre ferma e tran­quilla, a par­lare senza saltel­lare e soltanto se inter­ro­gata. Un fuoco seg­reto le si accese nel cuore e con­tinuò a desider­are più di ogni altra cosa le sue vec­chie scar­pette rosse.

Poiché la bam­bina era abbas­tanza grande da rice­vere la cres­ima, la vec­chia sig­nora la portò da un vec­chio cal­zo­laio zoppo, per acquistare una paio di scarpe spe­ciali per l’occasione. In vet­rina face­vano bella mostra di sé un paio di scarpe rosse con­fezion­ate con la pelle più mor­bida che si possa trovare. La bimba, spinta dal suo cuore affam­ato, subito le scelse. La vec­chia sig­nora ci vedeva così male che non si accorse del col­ore e glie le com­prò. Il vec­chio cal­zo­laio strizzò l’occhio alla pic­cola e gli incartò le scarpe.

Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sor­presi da quelle scarpe rosse che brilla­vano come mele lus­trate, come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba piace­vano sem­pre di più. In gior­nata la vec­chia sig­nora venne a sapere delle scar­pette rosse della sua pupilla. “Non met­tere mai più quelle scarpe” le ordinò minac­ciosa. Ma la domenica dopo la bam­bina non potè fare a meno di met­tersi le scar­pette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vec­chia sig­nora. Sulla porta della chiesa c’era un vec­chio soldato con il brac­cio al collo. S’inchinò, chiese il per­me­sso di spolver­are le scarpe e toccò le suole can­tando una can­zoncina che le fece venire il sol­letico ai piedi. “Ricor­dati di restare per il ballo” e le strizzò l’occhio.

Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le scar­pette rosse della bam­bina. Ma a lei piace­vano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lam­poni, come mela­grane, che non rius­civa a pen­sare ad altro. Era tutta intenta a girare e rigi­rare i pie­dini, tanto che si dimen­ticò di cantare. Quando uscirono dalla chiesa, il vec­chio soldato esclamò: “Che belle scar­pette da ballo!”. A quelle parole la bam­bina prese a piroettare e non riuscì più a fer­marsi, tanto che parve avesse per­duto com­ple­ta­mente il con­trollo di sé. Danzò una gavotta e poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attra­verso i campi. Il coc­chiere della vec­chia sig­nora si lan­ciò all’inseguimento della bam­bina, la prese e la riportò nella car­rozza, ma i pie­dini che indos­sa­vano le scar­pette rosse con­tin­u­a­vano a piroettare nell’aria. Quando rius­cirono a toglier­gliele, final­mente i piedi della bam­bina si quietarono.

Di ritorno a casa, la vec­chia sig­nora lan­ciò le scar­pette rosse su uno scaf­fale altissimo e ordinò alla bam­bina di non toc­carle mai più. Ma lei non rius­civa a fare a meno di guardarle e desider­arle. Per lei erano ancora la cosa più bella che si trovasse sulla fac­cia della terra. Poco tempo dopo, men­tre la sig­nora era malata, la bam­bina strisciò nella stanza in cui si trova­vano le scar­pette rosse. Le guardò, là in alto sullo scaf­fale, le con­tem­plò, e la con­tem­plazione si trasformò in potente deside­rio, tanto che la bam­bina prese le scarpe dallo scaf­fale e subito se le infilò, pen­sando che non sarebbe accaduto nulla di male. Ma non appena le ebbe ai piedi subito si sentì sopraf­fatta dal deside­rio di dan­zare. Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale, prima una gavotta, poi un csarda e poi un valzer ver­tig­i­noso. La bam­bina era in estasi, e si accorse di essere nei guai solo quando volle girare a sin­is­tra e le scarpe la costrin­sero a girare a destra, e volle dan­zare in tondo e quelle la obbli­garono a pros­eguire. E poi la por­tarono giù per la strada, attra­verso i campi mel­mosi e nella foresta scura.

Appog­giato a un albero c’era il vec­chio soldato dalla barba ross­ic­cia, con il brac­cio al collo. “Oh che belle scar­pette da ballo!” esclamò. Ter­ror­iz­zata, la bam­bina cercò di sfi­larsi le scarpe, ma più tirava e più quelle aderivano ai piedi. E così danzò e danzò sulle più alte colline e attra­verso le valli, sotto la piog­gia e sotto la neve e sotto la luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e all’alba, danzò fino al tra­monto. Ma era ter­ri­bile: per lei non esisteva riposo. Danzò in un cimitero e là uno spir­ito pro­nun­ciò queste parole: “Danz­erai con le tue scar­pette rosse fino a che non diven­terai come un fan­tasma, uno spet­tro, finchè la pelle non pen­derà sulle ossa, finchè di te non rester­anno che vis­ceri dan­zanti. Danz­erai di porta in porta per tutti i vil­laggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la sua vita”. La bam­bina chiese pietà, ma prima che potesse insis­tere le scar­pette rosse la trasci­narono via. Danzò sui rovi, attra­verso le cor­renti, sulle siepi, e dan­zando dan­zando arrivò a casa, e c’erano per­sone in lutto. La vec­chia sig­nora era morta. Ma lei con­tin­u­ava a dan­zare. Entrò dan­zando nella foresta dove viveva il boia della città. E la man­naia appesa al muro prese a tremare sen­ten­dola avvicinare

Per favore” pregò il boia men­tre dan­zava sulla sua porta, “Per favore mi tagli le scarpe per lib­er­armi da questo tremendo fato”. E con la man­naia il boia tagliò le cinghie delle scar­pette rosse. Ma queste le resta­vano ai piedi. E lei lo pregò di tagliarle i piedi, per­ché così la sua vita non val­eva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.

E le scar­pette rosse con i piedi con­tin­uarono a dan­zare attra­verso la foresta e sulla col­lina e oltre, fino a sparire alla vista. E ora la bam­bina era una povera stor­pia, e doveva farsi strada nel mondo andando a servizio da estranei, e mai più desiderò delle scar­pette rosse.

scarpette rosse

La bam­bina perde le scarpe rosse che si è fatta da sola.  Era povera ma fan­ta­siosa, stava trovando la sua strada. Le scarpe rap­p­re­sen­tano un enorme passo verso l’integrazione della sua natura fem­minile. I piedi rap­p­re­sen­tano la mobil­ità e la lib­ertà. Avere scarpe per coprire i piedi sig­nifica essere fermi nelle pro­prie con­vinzioni, è avere mezzi per agire di con­seguenza. Per creare occorre sac­ri­fi­care la super­fi­cial­ità, qualche sicurezza e spesso il deside­rio di piacere e far affio­rare le intu­izioni più intense, le visioni più grandiose.
Il prob­lema è quando dal sac­ri­fi­cio non nasce la vita. Allora il rosso è il col­ore della perdita. Nella favola un rosso vibrante e amato va per­duto, affiora allora un deside­rio, un’ossessione, una tossi­codipen­denza dall’altro rosso: sesso senza anima, vita senza senso.
Se dopo aver con­fezion­ato le scarpe, la situ­azione pro­gre­disse indis­tur­bata, sarebbe buona per l’io cre­ativo. La bam­bina è con­tenta di aver com­pi­uto la sua opera, di aver avuto pazienza di cer­care e rac­cogliere, di man­i­festare le sue idee. Non importa se è piut­tosto grezza: molti dei non crearono in modo per­fetto la prima volta. Ma nella sto­ria passa una car­rozza dorata che s’insinua nella vita della bam­bina.

Le trap­pole

1)la car­rozza dorata, la vita sva­l­u­tata: salire sulla car­rozza è come entrare in una gab­bia dorata: offre qual­cosa di più comodo e più facile, ma in realtà cat­tura. Accade spesso nell’esistenza delle donne: men­tre sti­amo cer­cando di fare del nos­tro meglio qual­cosa ci dice che è troppo dif­fi­cile. Guarda quest’altra cosa, quanto è più facile e avvin­cente. Mon­ti­amo sulla car­rozza.
La car­rozza dorata can­cella la gioia sem­plice delle scar­pette rosse, la trap­pola scatta quando la bam­bina va a vivere con la vec­chia sig­nora e deve stare buona e zitta. E’ l’inizio della grande fame per lo spir­ito cre­ativo.

2)la vec­chia sig­nora, la forza senes­cente: una vec­chia sim­bo­leg­gia dig­nità, capac­ità di guidare, saggezza, conoscenza di sé, tradizione, con­fini ben defin­iti, espe­rienza, una vec­chia è poi bis­bet­ica, parla chiaro, ha lunghi denti. Ma quando in una favola una vec­chia usa neg­a­ti­va­mente questi attributi, aspetti delle psiche che dovreb­bero restare caldi stanno per ragge­larsi. Qui la vec­chia dis­trugge l’innovazione, invece di essere una guida per la sua pupilla, cerca di cal­ci­fi­carla. Essa ripete un unico val­ore, che è l’opinione della col­let­tiv­ità, è il sim­bolo della cus­tode sev­era della tradizione col­let­tiva, una sosten­i­trice dello sta­tus quo.
La nos­tra sfida e di non amal­ga­marci in nes­suna col­let­tiv­ità, di non adeguarsi ad essa e di arric­chirla invece con la pro­pria par­ti­co­lare fra­granza. Nella favola la bam­bina si sot­tomette agli aridi val­ori della vec­chia sig­nora. Come tutte le crea­ture cat­turate, piomberà in una tris­tezza che porta a un deside­rio osses­sivo, a una irre­qui­etezza senza nome. Allora si corre il ris­chio di affer­rare la prima cosa che promet­terà di farci sen­tire di nuovo vive.
Bisogna soppe­sare le offerte di una esistenza più facile se, in cam­bio, ci chiedono di con­seg­nare la nos­tra per­son­ale gioia cre­ativa al fuoco della cre­mazione invece che al fuoco acceso da noi.

3)il tesoro bru­ci­ato: Ham­bre del Alma: ci sono fuochi di gioia (di trasfor­mazione) e fuochi di annien­ta­mento (di dec­i­mazione). Molte donne cedono le scar­pette rosse e accettano di essere troppo in ordine, troppo carine, troppo com­pia­centi per l’altrui modo di vedere il mondo. Troppe donne hanno pog­giato la penna, rinchiuso le parole, spento il canto, arro­to­lato la tela. E la loro esistenza si riduce in cenere. Quando la vita– anima per­son­ale è ridotta in cenere, la donna perde il tesoro vitale e diventa arida; il deside­rio delle scar­pette rosse, di una gioia sel­vaggia ingrossa e straripa nel suo incon­scio.
Essere nello stato di ham­bre del alma sig­nifica provare una fame impla­ca­bile per qualunque cosa fac­cia sen­tire di nuovo vive. La donna cat­turata affer­rerà tutto quello che appaia sim­ile al tesoro orig­i­nario (alcol, droghe, amori sbagliati). Il guaio della fame è che si afferra qual­si­asi cosa che in apparenza possa sod­dis­farci.

4) l’istinto fon­da­men­tale fer­ito: la bam­bina del rac­conto è trasportata in un nuovo ambi­ente in cui la vita diventa meno dif­fi­cile, in realtà essa cessa la sua indi­vid­u­azione, si blocca ogni sforzo verso lo sviluppo. Quando la vec­chia sig­nora bru­cia le scar­pette rosse (il lavoro dello spir­ito cre­ativo), la bam­bina diventa triste. E’ stata cat­turata la sua anima: lo spos­al­izio con il sel­vag­gio, la pas­sione cre­atrice, il pro­prio oper­ato. La crea­tura chiusa in gab­bia perde i suoi cicli nat­u­rali, e alla perdita segue il vuoto.
L’eccesso di addo­mes­ti­ca­mento è come un divi­eto di dan­zare imposto all’essenza vitale. La donna dall’istinto fer­ito non ha scelta, resta immo­bile. Uno degli attac­chi più insidiosi all’io sel­vag­gio è l’invito a com­por­tarsi come si deve e (forse) seguirà un pre­mio. Questo metodo non fun­zion­erà mai nella vita di una donna vitale. E’ il gioco, non l’ordine, la radice della vita cre­ativa. Molte donne di tal­ento che per­dono le scar­pette fatte a mano lungo il cam­mino, nel loro stato di vul­ner­a­bil­ità fanno scelte dele­terie, trovano le loro maledette scar­pette rosse.

5)tentativo di vita seg­reta, scis­sione: dal cal­zo­laio, la bam­bina riesce ad ottenere le scar­pette rosse, all’insaputa della vec­chia sig­nora. Il vorace deside­rio d’anima della bam­bina abbatte i suoi com­por­ta­menti inar­iditi.
Sec­ondo la psi­colo­gia ana­lit­ica la repres­sione degli istinti (pos­i­tivi e neg­a­tivi) fa sì che essi dimorino nel regno delle ombre. Questa pres­sione li fa ribol­lire e può portare a com­por­ta­menti incon­sulti, men­tre, las­ciando uscire un po’ per volta gli ele­menti dal mondo delle ombre, trovando loro un impiego, pos­si­amo evitare esplo­sioni inat­tese.
L’ombra può com­pren­dere infatti anche il divino, il bello e potenti aspetti della per­son­al­ità. Gli impulsi pos­i­tivi dell’ombra spesso chiedono di creare una “vita fatta a mano”. Quando si smette di fare, l’energia viene devi­ata in pro­fon­dità e riaf­fiora quando e dove può. Vivere furtiva­mente una vita sim­u­lata non fun­ziona mai. Meglio vivere il più pos­si­bile e las­ciar perdere le sim­u­lazioni. Resistere per quel che ha davvero senso ed è salutare.
La bam­bina, pren­dendo le scar­pette rosse, fa una scelta sbagli­ata e i suoi istinti smorzati non l’avvertono del loro poten­ziale mor­tale. Così le donne che hanno get­tato via il loro tesoro rubac­chi­ano morsi e pezzetti dovunque. Ma è impos­si­bile che una donna che lotta per la con­sapev­olezza si con­tenti di rubare qualche boc­cata di aria pura. Esiste però for­tu­nata­mente un’anima– psiche che ci costringe a res­pi­rare a pieni pol­moni.

6)umiliazione di fronte alla col­let­tiv­ità, ribel­lione dell’ombra: la bam­bina si reca in chiesa con le sue scar­pette rosse e viene “chi­ac­chier­ata” dalla gente del vil­lag­gio, e quindi punita. Pos­si­amo cer­care di avere una vita seg­reta, ma prima o poi il Super-io, un com­p­lesso neg­a­tivo o la cul­tura medes­ima inter­ver­ranno. Se ci umil­iamo di fronte alla col­let­tiv­ità e ci sot­tomet­ti­amo alle sue pres­sioni saremo pro­tette dall’esilio, ma met­ter­emo in peri­colo la nos­tra vita sel­vaggia. La donna oppressa non rifi­uta di adat­tarsi: non può adat­tarsi senza morire. Quando una donna si rifi­uta di sostenere la col­let­tiv­ità inar­idita, si rifi­uta anche di arrestare il suo pen­siero sel­vag­gio e agisce di con­seguenza. La donna deve resistere, cer­care ciò cui appar­tiene.
Il prob­lema della bam­bina con le scar­pette rosse è che, invece di rin­forzarsi per affrontare la lotta, si las­cia cat­turare dal fas­cino di quelle scar­pette, che la allon­tanano da una ribel­lione sig­ni­fica­tiva, capace di pro­muo­vere il cam­bi­a­mento.

7)finzione, ten­ta­tivo di essere brave, nor­mal­iz­zazione dell’abnorme: la bam­bina ha cer­cato di fare a meno della sua vita anima, ma non ha fun­zion­ato. Ha cer­cato di con­durre di nascosto una doppia vita, ma non ha fun­zion­ato, ora cerca di “fare la brava”, di non toc­care le scar­pette rosse sullo scaf­fale. Cerca di nascon­dere la sua fame e che nulla bruci in lei. Così lo spir­ito affonda nella noia, nella com­pia­cenza e nella cecità.
Quando una crea­tura è sot­to­posta alla vio­lenza, cerca di adat­tarsi, così quando la vio­lenza cessa il sano istinto di fug­gire è forte­mente ridotto. Questa nor­mal­iz­zazione della vio­lenza induce molte donne a restare in situ­azioni impos­si­bili, a perdere la capac­ità di fug­gire e a sen­tirsi inca­paci di imporre le cose in cui cre­dono con tutto il cuore. Negli anni cinquanta una petroliera affondò sul lago Michi­gan. Il giorno dopo le madri strigli­a­vano i bam­bini mac­chiati di petro­lio. La nor­mal­iz­zazione dell’abnorme induceva le madri a rip­ulire i bam­bini e ad accettare poi i pec­cati delle raf­finerie, delle fab­briche, delle for­naci. Le donne recis­ero la loro giusta collera e poi si abit­u­arono. Quando le donne non par­lano, tace il nat­u­rale e il sel­vag­gio del mondo. Tac­ciono l’amore e le voci della con­sapev­olezza. Quando gli istinti sono dan­neg­giati, gli esseri umani nor­mal­iz­zano un assalto dopo l’altro, atti di ingius­tizia e di dis­truzione con­tro se stessi, con­tro i loro figli, la loro terra. Le donne che restano in silen­zio, cadono in un silen­zio mor­tale e nella dis­per­azione. Seguono fat­ica e rasseg­nazione. E la gab­bia si richi­ude.

8) la danza incon­trol­lata: osses­sione e dipen­denza: la bam­bina ha provato di tutto. Ora la fame di anima e di sig­ni­fi­cato la costringono a ripren­dersi le scar­pette rosse e dar inizio all’ultima danza, una danza nel vuoto e nell’inconsapevolezza. Ha nor­mal­iz­zato la pro­pria esistenza arida, inten­si­f­i­cando così la brama per le scar­pette della fol­lia. L’uomo dalla barba rossa ha trasmesso la vita non alla bam­bina, ma alle scar­pette. La bam­bina prende a volteggiare lon­tano dalla vita. Per lei non c’è riposo, fis­sata in un’ossessione che è molto sim­ile alla tossi­codipen­denza.

9) tossi­codipen­denza: è la man­canza di gioia ad uccidere la bam­bina. Quando una donna non si accorge della sua fame, delle con­seguenze prodotte dalle sostanze mor­tali, con­tinua a dan­zare. Che si tratti di pen­siero neg­a­tivo, di rap­porti insod­dis­facenti, di droghe e alcol, sono come le scar­pette rosse: dif­fi­cile lib­er­arsi dalla loro presa. E la bam­bina danza, prima in estasi, poi esausta. Se una donna non prat­ica rego­lar­mente le sue lib­ertà inte­ri­ori ed esterne, la sot­tomis­sione e la pas­siv­ità offus­cano i doni innati della visione, della percezione, della fidu­cia e di tutto ciò di cui ha bisogno per farcela.
La natura istin­tuale ci dice quando è il tempo di dire basta. La tossi­codipen­denza inizia quando una donna perde la sua vita fatta a mano e ricca di senso per fis­sarsi nel recu­pero di qual­cosa che le assomigli. Nel rac­conto la bam­bina ha per­duto l’originale vital­ità e vuole un sur­rogato mor­tale. Ha ceduto il suo Io.
L’abuso di sostanze nocive è una trap­pola reale. Droghe e alcol assomigliano molto all’amante che prima vi tratta bene, poi vi pic­chia, si scusa e ricom­in­cia a pic­chiarvi. La trap­pola con­siste nel fer­marsi a pren­dere il buono cer­cando di chi­ud­ere gli occhi sul cat­tivo. La dipen­denza è una Baba Jaga cat­tiva che divora le bam­bine che si sono per­dute e le getta sulla porta del boia.

In casa del boia. Quando la natura sel­vaggia è andata com­ple­ta­mente dis­trutta e pos­si­bile che un dete­ri­o­ra­mento schizoide o una psi­cosi opp­ri­mano una donna. Se ne resta a letto, vaga per casa in vestaglia, piange senza rius­cire a trat­ten­ersi, vaga per strada coi capelli arruf­fati, pensa al sui­cidio. Non si sente né bene né male, sem­plice­mente non si sente.
Ecco il momento dif­fi­cile: le scar­pette devono essere tagli­ate. E’ in questo “non avere neanche un piede su cui pog­giare”, in questo non esserci casa a cui tornare, che bisogna ricom­in­ciare, tornare alla vita fatta a mano, model­lata da noi giorno per giorno. E’ doloroso sep­a­rarsi dalle scar­pette rosse, ma è la nos­tra unica sper­anza. I piedi ricrescer­anno e ricom­in­cer­emo a cor­rere e a saltare.

Il ritorno alla vita fatta a mano, gua­ri­gione degli istinti fer­iti. Pos­sono essere nec­es­sari un anno o due per curare le ferite. C’è una sem­plice porta che attende di essere val­i­cata: dall’altra parte ci sono i piedi nuovi. Il ritorno alla psiche lib­era e sel­vaggia dev’essere perse­guito con cor­ag­gio, ma anche con pru­denza. Bisogna ascoltare, guardare e sen­tire il mondo che ci cir­conda e agire con effi­cienza, effi­ca­cia, con l’anima.
Quando si lotta per qual­cosa di impor­tante bisogna cir­con­darsi di per­sone che sosten­gono il nos­tro lavoro. E’ una trap­pola e un veleno avere intorno per­sone che hanno le nos­tre stesse ferite ma non il deside­rio vero di guarirle.
Bisogna com­pren­dere la vita come un corpo vivente in sé. E’ sciocco pen­sare di non aver fame oggi per­ché abbi­amo man­giato ieri, o pen­sare che un prob­lema risolto lo sarà sem­pre e che, avendo appreso, saremo per sem­pre consapevoli.

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