Vassilissa
martedì 22 dicembre 2009 alle 07:22 - scritto da: dnnl
nella categoria: Donne che corrono con i lupi
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VASSILLISSA (Rus­sia, Roma­nia, Yugoslavia, Polo­nia, Paesi baltici)

C’era una volta, e una volta non c’era, una gio­vane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sagres­tia della chiesa accanto. La figli­o­letta e il mar­ito sede­vano in fondo al letto di legno e pre­ga­vano Dio. La madre chi­amo a sé Vas­sil­lissa e la pic­cola dagli sti­valetti rossi e dal grem­bi­ulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.

Ecco, questa bam­bola è per te, tesoro mio” sus­surrò la mamma. E da sotto le cop­erte tirò fuori una bam­bolina che come Vas­sil­lissa indos­sava sti­valetti rossi, grem­bi­ulino bianco, gonna nera e corsetto ricam­ato. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bam­bola che fare. Tie­nila sem­pre con te, non par­larne a nes­suno e nutrila quando ha fame”. E il respiro le ricadde nelle pro­fon­dità del corpo, dove rac­colse l’anima e sfuggì dalle labbra.

La bam­bina e suo padre a lungo piansero e si dis­per­arono. Ma poi, come il campo crudel­mente scon­volto dalla guerra, la vita del padre rin­verdì e sposò una vedova che aveva due figlie.

Sebbene esse avessero modi edu­cati e sor­ridessero sem­pre come vere sig­nore, dietro ai loro sor­risi c’era qual­cosa del rodi­tore che il padre di Vas­sil­lissa non notava. Quando le tre donne erano sole con Vas­sil­lissa la tor­men­ta­vano, la costringevano a servirle, la man­da­vano a tagliare la legna. La odi­a­vano per­ché c’era in lei una bellezza ultraterrena.

Un giorno la matrigna e le sorel­las­tre non la sop­por­tarono più. “Fac­ciamo in modo che il fuoco si estin­gua, e poi man­di­amola nella foresta dalla Baba Yaga a chiedere il fuoco. Così la Baba Yaga la ucciderà e se la mangerà”. Squit­tirono come esseri che vivono nell’oscurità. Così quella sera, quando Vas­sil­lissa tornò da aver rac­colto la legna, la casa era tutta al buio. Domandò alla matrigna: “Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?”

Stu­p­ida ragazza, ovvi­a­mente non abbi­amo fuoco. Devi andare a cer­care la Baba Yaga a chiederle un car­bone per riac­cen­dere il fuoco”. “Benis­simo lo farò” rispose Vas­sil­lissa, e si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sem­pre più fitta, e i ramoscelli che le scric­chi­ola­vano sotto i piedi la riem­pi­vano di paura. Infilò la mano nella tasca del grem­bi­ule, dove nascon­deva la bam­bola che la mamma le aveva dato, e subito si sentì meglio. E a ogni bifor­cazione Vas­sil­lissa infilava la mano nella tasca e con­sul­tava la bam­bola, e la bam­bola le indi­cava da che parte andare.

Improvvisa­mente un uomo vestito di bianco su un cav­allo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cav­allo rosso, e sorse il sole. Cam­mina, cam­mina Vas­sil­lissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e pro­prio in quel momento un cav­a­liere vestito di nero su un cav­allo nero pen­etrò nella baracca. Subito si fece notte.

La Baba Jaga era vera­mente una crea­tura spaven­tosa. Viag­giava su un mor­taio che si spostava da solo. Gui­dava questo vei­colo con un remo a forma di pestello, e intanto can­cellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di per­sone morte da gran tempo. E il mor­taio volava nel cielo con i capelli grassi della Baba Jaga che svolaz­za­vano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incon­tra­vano al cen­tro. Aveva una bar­betta a punta tutta bianca e ver­ruche sulla pelle. Le unghie nere erano spese e ricurve e tanto lunghe che non poteva chi­ud­ere la mano a pugno..

Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un muc­chio di zampe gialle di gal­lina, cam­mi­nava da sola e qualche volta volteggiava come una bal­le­rina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chi­av­is­tello era un grugno di denti appuntiti.

Vas­sil­lissa con­sultò la bam­bola e lei le rispose che quella era la casa che cer­cava. E d’improvviso la Baba Jaga nel suo mor­taio calò su Vas­sil­lissa urlan­dole: “Cosa vuoi?”. La fan­ci­ulla tremava: “Nonna, sono venuta per il fuoco…ho bisogno di fuoco”. ” Oh, sìììì ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile…hai las­ci­ato spen­gere il fuoco. E che cosa ti fa pen­sare che io ti darò la fiamma?” Vas­sil­lissa con­sultò la bam­bola e rispose. “Per­ché chiedo”. La Baba Jaga disse sod­dis­fatta. “Sei for­tu­nata. E’ la risposta giusta”. E Vas­sil­lissa si sentì for­tu­natis­sima per aver dato la risposta giusta.

Baba Jaga la minac­ciò: “Non potrò darti il fuoco finchè non avrai fatto del lavoro per me. Se adem­pi­rai questi com­piti per me, avrai il fuoco. Se no…”. E Vas­sil­lissa vide gli occhi della Baba Jaga trasfor­marsi in braci ardenti. “Se no, cara bam­bina, morirai”.

La Baba Jaga ordinò a Vas­sil­lissa di por­tarle quello che stava cuo­cendo nel forno. Nel forno c’era cibo per dieci per­sone e la Baba Jaga lo mangiò tutto, las­ciando una pic­cola crosta e un cuc­chi­aio di mines­tra per Vas­sil­lissa. “Lavami i vestiti, scopa il cor­tile e la casa, e sep­ara il grano buono da quello cat­tivo e vedi che tutto sia in ordine. Se quando torno non avrai finito sarai tu il mio banchetto”. E la Baba Jaga volò via sul suo mor­taio. E cadde di nuovo la notte.

Quando la Baba Jaga se ne fu andata la bam­bola ras­si­curò Vas­sil­lissa che ce l’avrebbe fatta, le disse di man­giare qual­cosa e di andare a dormire. Vas­sil­lissa rifocillò anche la bam­bola e si addormentò.

Al mat­tino la bam­bola aveva fatto tutto, e non restava che preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte con­tenta, e in parte no, sibilò: “Sei una ragazza molto for­tu­nata”. Chi­amò poi i suoi fedeli servi­tori per­ché maci­nassero il fru­mento, e tre paia di mani com­parvero a mezz’aria e com­in­cia­rono a raschiare e a pestare il fru­mento. La pula volava per la casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito la Baba Jaga si sedette a man­giare. Mangiò per ore e ordinò a Vas­sil­lissa di pulire di nuovo tutta la casa, di sco­pare il cor­tile e lavarle i vestiti. “In quel muc­chio di spor­cizia ci sono molti semi di papavero. Per domat­tina voglio una pila di semi di papavero e una pila di spor­cizia, ben separati”.

Quella notte la Baba Jaga dormì come un ghiro. Vas­sil­lissa cercò…di raccogliere…i semi di papavero…tra la spor­cizia. Dopo un po’ la bam­bola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”. di nuovo la bam­bola si occupò di tutto e quando la vec­chia tornò a casa era stato tutto fatto. La Baba Jaga chi­amò i suoi fedeli servi­tori per­ché spremessero l’olio dai semi di papavero.

Men­tre la Baba Jaga si insu­di­ci­ava le lab­bra con il grasso dello stufato, Vas­sil­lissa le stava accanto. “Posso farti qualche domanda, nonna?”. “Domanda pure, ma ricor­dati che troppo saprai, presto invec­chierai”. Vas­sil­lissa chiese dell’uomo bianco sul cav­allo bianco. “Quello è il mio giorno”, rispose la baba Jaga intener­ita. “E l’uomo in rosso sul cav­allo rosso?”. “Oh, quello è il mio sole nascente”. “E l’uomo sul cav­allo nero?”. “Quello è il terzo, ed è la mia notte. Vieni qui, vuoi farmi altre domande?”, le disse con tono suadente. Vas­sil­lissa stava per chiederle di quelle strane mani, ma la bam­bola com­in­ciò ad agi­tarsi nella tasca e allora disse: “No nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai”.

Ah” disse la Baba Jaga “sei più sag­gia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”. “Gra­zie alla benedi­zione della mia mamma” disse sor­ri­dendo Vas­sil­lissa. “Benedi­zione?! Non abbi­amo bisogno di benedi­zioni qui! Meglio che tu te ne vada” e la spinse fuori. Ma prima le dette un tes­chio dagli occhi ardenti e lo infilò su un bas­tone. “Ecco, prendi il tuo fuoco e por­tatelo a casa”.

Vas­sil­lissa corse a casa, seguendo il per­corso che la bam­bola le indi­cava. Era notte, e Vas­sil­lissa attra­versò la foresta con il tes­chio sul bas­tone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del tes­chio. D’improvviso provò paura di quella luce fan­tas­tica e pensò di get­tarlo, ma il tes­chio le parlò e la invitò a cal­marsi e proseguire.

La matrigna e le sorel­las­tre si avvic­i­narono alla fines­tra e videro una strana luce dan­zante nei boschi. Sem­pre più si avvic­i­nava. Vas­sil­lissa si avvic­i­nava sem­pre di più e quando la matrigna e le sorel­las­tre la riconob­bero le corsero incon­tro e le dis­sero che non ave­vano avuto più fuoco da quando se n’era andata.

Vas­sil­lissa entrò in casa con un senso di tri­onfo. Ma il tes­chio sul bas­tone osser­vava ogni mossa delle sorel­las­tre e della matrigna, e la mat­tina dopo aveva bru­ci­ato e ridotto in cenere il mal­va­gio terzetto.

vassillissa

Vas­sil­lissa è la sto­ria del pas­sag­gio di madre in figlia, da una gen­er­azione all’altra, del potere fem­minile dell’intuito. Tutti gli aspetti della sto­ria apparten­gono ad un’unica psiche nel suo processo di iniziazione. L’iniziazione è messa in atto dall’esecuzione di alcuni compiti:

1– con­sen­tire all’ottima madre di morire. Accettare che la madre psichica pro­tet­tiva non sia la guida cen­trale della pro­pria vita istin­tuale futura. Assumersi il com­pito di essere sole, svilup­pare la pro­pria con­sapev­olezza del peri­colo, dell’intrigo, della polit­ica. Diventare vig­ili. Las­ciar morire quello che deve morire. Al morire della madre, nasce la nuova donna.

Una madre troppo buona ci impedisce di rispon­dere a nuove sfide e di rag­giun­gere uno sviluppo più pro­fondo. Può avvenire un arresto nel processo iniziatico, ma una ri-iniziazione può rista­bilire l’intuito pro­fondo indipen­den­te­mente dall’età. L’iniziazione di Vas­sil­lissa con­siste nel las­ciare morire quelle vec­chie cre­denze che ren­dono la vita troppo sicura, che pro­teggono troppo. Viene un tempo in cui bisogna cam­biare madri. Spesso udi­amo voci den­tro di noi che ci incor­ag­giano a restare al sicuro. Ma se res­ti­amo troppo tempo con la madre troppo buona, diven­ter­emo povere invece che forti. Impar­i­amo ad andare a caccia.

2– abban­donare l’ombra prim­i­tiva. Sco­prire che essere dolci, buone, carine, non ren­derà più lieta la vita. Esperire diret­ta­mente la pro­pria natura oscura, gli aspetti esclu­sivisti, gelosi e sfrut­ta­tori dell’io. Strin­gere il miglior rap­porto pos­si­bile con le parti peg­giori di sé. Lavo­rare per­ché il vec­chio io muoia e nasca un nuovo io intuitivo.

Gli aspetti oscuri della psiche sono rap­p­re­sen­tati dalla matrigna e dalle sorel­las­tre. In questa fase la donna è molestata dalle richi­este della psiche che la esorta a com­piacere qual­si­asi deside­rio altrui. La famigli acquisita di Vas­sil­lissa è un gan­glio intrap­sichico che com­prime il nervo della vital­ità. Neanche il padre della psiche si rende conto dell’ambiente ostile, è troppo buono. Nella sto­ria le donne spre­mono tanto la forza psichica che per le loro macchi­nazioni il fuoco si estingue. Il fuoco che si estingue aiuta Vas­sil­lissa a sfug­gire alla sot­tomis­sione, la fa entrare in una vita nuova.

3– la nav­igazione nell’oscurità. Avven­tu­rarsi nel luogo dell’iniziazione pro­fonda (la foresta) e com­in­ciare ad esperire. Imparare a svilup­pare sen­si­bil­ità e basarsi solo sui pro­pri sensi inte­ri­ori. Imparare la via del ritorno alla madre sel­vaggia. Imparare ad ali­mentare l’intuito. Trasferire il potere alla bam­bola, ovvero all’intuizione.

La bam­bola rap­p­re­senta la pic­cola forza istin­tuale vitale, è un pezzettino d’anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io, è la voce inte­ri­ore di noi donne, la voce della ragione intima. L’intuito ha artigli che squar­tano e inchio­dano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei per­son­aggi e orec­chie per udire oltre le chi­ac­chiere. L’io intu­itivo va nutrito dan­dogli ascolto e seguendo il suo consiglio.

4– affrontare la strega sel­vaggia. Famil­iar­iz­zarsi con l’arcano, lo strano l’alterità del sel­vag­gio. Assumere alcuni suoi val­ori nella nos­tra vita, diven­tando un po’ strane. Imparare ad affrontare il grande potere altrui e il nos­tro. Las­ciar ancor più morire la bam­bina frag­ile e troppo amabile.

La casa della Baba Jaga fa parte del mondo ani­male e Vas­sil­lissa ha bisogno di questo ele­mento nella sua per­son­al­ità. E’ una casa che cam­mina, piroetta è viva, piena di entu­si­asmo e di gioia.

Il dono della bam­bola intu­itiva fatto dalla madre ama­bile è incom­pleto senza l’assegnazione dei com­piti e il con­trollo dei medes­imi da parte della vec­chia sel­vaggia. La Baba jaga incute paura per­ché è insieme il potere di annien­ta­mento e il potere della forza vitale. Osser­vare la sua fac­cia sig­nifica vedere la vagina den­tata, occhi di sangue, il neonato per­fetto e le ali degli angeli, tutto insieme.

5– servire il non-razionale. Restare con la Dea Strega. Arrivare a riconoscere il suo (il vostro) potere. Ordinare, nutrire, creare ener­gia e idee.

La Baba Jaga insegna sia la morte sia il rin­no­va­mento. Insegna a Vas­sil­lissa come pren­dersi cura della casa psichica del fem­minino sel­vag­gio. Nel rac­conto il bucato è il primo com­pito. Sig­nifica ridare elas­tic­ità a quanto si è allen­tato. Il rin­no­va­mento, la riv­iv­i­fi­cazione avven­gono nell’acqua. Gli indu­menti rap­p­re­sen­tano la per­sona, la prima visione che gli altri hanno di noi. Oppure il sig­ni­fi­cato esterno, l’esibizione della padronanza.

Vas­sil­lissa ha poi il com­pito di sco­pare la capanna e il cor­tile. Una donna sag­gia tiene sgom­bro il suo ambi­ente psichico, man­te­nendo sgom­bri la testa e un posto per lavo­rare, e lavo­rando per portare a com­pi­mento le sue idee e i suoi progetti.

Cucinare per la Baba Jaga. Per com­in­ciare bisogna accen­dere il fuoco, bru­ciare di pas­sione, di parole, di idee, di deside­rio, per qualunque cosa si ami vera­mente. Il fuoco va osser­vato, attiz­zato, vi va aggiunta legna. Questi sono i cicli delle donne: depu­rare il pro­prio pen­siero, rin­no­vare i val­ori rego­lar­mente; lib­er­are la psiche dalle banal­ità, ramaz­zare l’Io; curare il fuoco cre­ativo e cuci­narvi idee sistematicamente.

6– selezionare e sep­a­rare. Appren­dere a dis­crim­inare, sep­a­rando una cosa dall’altra, facendo sot­tili dis­tinzioni. Osser­vare il potere dell’inconscio e il modo in cui opera. Appren­dere di più sulla vita e sulla morte.

La selezione di cui parla il rac­conto è del tipo che capita quando ci tro­vi­amo davanti ad un dilemma o ad un inter­rog­a­tivo ma niente viene ad aiutarci a risol­vere la situ­azione. Las­ci­amo perdere, tor­ni­amoci sopra in un sec­ondo tempo. Dob­bi­amo selezionare gli aspetti psichici cura­tivi e spre­merne la ver­ità per trarne nutrimento.

7– domande sui mis­teri. Porre domande e cer­care di saperne di più sulla natura Vita/Morte/Vita. Imparare la ver­ità sulla capac­ità di com­pren­dere tutti gli ele­menti della natura sel­vaggia (troppo saprai, presto invecchierai).

I cav­a­lieri nero, rosso e bianco sono sim­boli degli antichi col­ori che con­no­tano la nascita, la vita e la morte. Rap­p­re­sen­tano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita. Il nero è il col­ore del fango, del fer­tile; ma è anche il col­ore della morte, l’oscuramento della luce, è la promessa che presto conoscerete qual­cosa di ignoto. Il rosso è il col­ore del sac­ri­fi­cio, della collera, del delitto; ed è anche il col­ore della vita vibrante, dell’eccitazione, dell’eros e del deside­rio; è la promessa di una nuova nascita. Il bianco è il col­ore del nuovo, del puro, dell’intatto, del latte materno; ma è anche il col­ore dei morti; è la promessa di suf­fi­ciente nutri­mento per­ché le cose ricomincino.

E’ impor­tante las­ciar vivere e las­ciar morire. Affer­rare questo ritmo qui­eta la paura, per­ché anticip­i­amo il futuro. C’è una certa quan­tità di conoscenza che dovremmo avere a ogni età e in ogni fase della nos­tra esistenza. Vas­sil­lissa fa domande sui cav­a­lieri ma non sulle mani. Non bisogna forzare: la com­pren­sione arriverà.

8– stare a quat­tro zampe. Assumere un immenso potere di vedere e influen­zare gli altri. Guardare le situ­azioni della pro­pria vita sotto questa nuova luce.

Quando le donne inte­grano il sel­vag­gio della Baba Jaga la smet­tono di accettare senza dis­cutere chi­unque e qual­si­asi cosa capiti per la loro strada. La donna impara a guardare furtiva­mente, scrutare e poi a sop­portare sem­pre meno i buf­foni. L’istinto va con­sul­tato ad ogni passo lungo la via.

Il tes­chio era con­sid­er­ato la volta che ospita un resto potente dell’anima del defunto. Il tes­chio accesso è “un sapi­ente ances­trale” da portare con sé per la vita. Ora Vas­sil­lissa torna a casa più sicura. La donna che è arrivata a questo punto è rius­cita a stac­carsi dalla pro­tezione della sua madre inte­ri­ore troppo buona, ad aspet­tarsi dal mondo esterno le avver­sità che saprà affrontare in modo potente e non com­plice. E’ diven­tata con­sapev­ole della matrigna e delle sorelle inibito­rie. Avendo rice­vuto l’eredità delle madri è per­fet­ta­mente abil­i­tata, va avanti nella vita con passi sicuri, da donna, assumendo tutto il suo potere.

9– riplas­mare l’Ombra. Far uso della vista acuta per riconoscere e rea­gire all’ombra neg­a­tiva della pro­pria psiche o di per­sone od eventi del mondo esterno. Riplas­mare le ombre neg­a­tive della pro­pria psiche con il fuoco-strega.

Nella foresta, con il tes­chio, Vas­sil­lissa è una donna che cam­mina pre­ce­duta dal suo potere. Il tes­chio è un’ulteriore rap­p­re­sen­tazione dell’intuito e ha una sua capac­ità di dis­crim­i­nazione. Ora Vas­sil­lissa porta la fiac­cola della conoscenza, possiede il suo Io, può vedere, odor­are, gustare, con i suoi sensi ardenti.

La donna che recu­pera il suo intu­ito e i suoi poteri è ten­tata di get­tarli via: a che vale vedere e sapere tante cose? E’ più facile get­tar via la luce e andarsene a dormire. Tal­volta è dif­fi­cile portare il tes­chio– luce per­ché vedi­amo tutti i lati nos­tri e degli altri, quelli sfig­u­rati e quelli divini. Ma con questa luce si arriva alla con­sapev­olezza, si può vedere il cuore buono oltre l’azione cat­tiva, la dol­cezza schi­ac­ciata sotto l’odio. La sua luce è pari­menti vivida sui nos­tri tesori e le nos­tre debolezze. Sono queste le conoscenze più dif­fi­cili da affrontare.

Il tes­chio osserva la matrigna e le sorel­las­tre. Un aspetto neg­a­tivo della psiche può essere disidratato se lo si trat­tiene nella con­sapev­olezza. Non è pos­si­bile trat­tenere la con­sapev­olezza guadag­nata incon­trando la Dea Strega se si vive con per­sone crudeli all’interno o all’esterno. Se vi cir­con­dano per­sone che alzano gli occhi al sof­fitto quando par­late, agite e reagite, allora vi trovate con per­sone che spen­gono le pas­sioni, le vostre e le loro. Amici e amanti pos­sono diventare come una cat­tiva matrigna o abominevoli sorel­las­tre. L’amante dis­trut­tivo deve essere evi­tato. Per la donna sel­vaggia va bene se l’amante è appena un pochet­tino psichico, una per­sona che può “vedere den­tro” al suo cuore.

Il modo per man­tenere il col­lega­mento con il sel­vag­gio è doman­darsi che cosa davvero si vuole. Una delle più impor­tanti dis­crim­i­nazioni è la dif­ferenza tra le cose che ci fanno un cenno e cose che chia­mano dall’anima. Chiedi­amoci cosa vera­mente vogliamo e poi andi­amo alla ricerca

Il ricorso alla natura istin­tiva fa erompere una spon­taneità che non è man­canza di saggezza. Restano impor­tanti i buoni confini.

Alla fine del rimon­tag­gio dell’iniziazione nella psiche fem­minile abbi­amo una gio­vane dalle espe­rienze for­mi­da­bili che ha imparato a seguire la sua conoscenza, ha resis­tito a tutti i com­piti fino all’iniziazione com­pleta. L’intuito va trat­tenuto nella con­sapev­olezza e bisogna las­ciar vivere quello che può vivere, e las­ciar morire quel che deve morire.

Las­ciar morire le cose è il tema finale del racconto.

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C’era una volta, e una volta non c’era, una gio­vane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sagres­tia della chiesa accanto. La figli­o­letta e il mar­ito sede­vano in fondo al letto di legno e pre­ga­vano Dio. La madre chi­amo a sé Vas­sil­lissa e la pic­cola dagli sti­valetti rossi e dal grem­bi­ulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.
“Ecco, questa bam­bola è per te, tesoro mio” sus­surrò la mamma. E da sotto le cop­erte tirò fuori una bam­bolina che come Vas­sil­lissa indos­sava sti­valetti rossi, grem­bi­ulino bianco, gonna nera e corsetto ricam­ato. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bam­bola che fare. Tie­nila sem­pre con te, non par­larne a nes­suno e nutrila quando ha fame”. E il respiro le ricadde nelle pro­fon­dità del corpo, dove rac­colse l’anima e sfuggì dalle lab­bra.
La bam­bina e suo padre a lungo piansero e si dis­per­arono. Ma poi, come il campo crudel­mente scon­volto dalla guerra, la vita del padre rin­verdì e sposò una vedova che aveva due figlie.
Sebbene esse avessero modi edu­cati e sor­ridessero sem­pre come vere sig­nore, dietro ai loro sor­risi c’era qual­cosa del rodi­tore che il padre di Vas­sil­lissa non notava. Quando le tre donne erano sole con Vas­sil­lissa la tor­men­ta­vano, la costringevano a servirle, la man­da­vano a tagliare la legna. La odi­a­vano per­ché c’era in lei una bellezza ultra­ter­rena.
Un giorno la matrigna e le sorel­las­tre non la sop­por­tarono più. “Fac­ciamo in modo che il fuoco si estin­gua, e poi man­di­amola nella foresta dalla Baba Yaga a chiedere il fuoco. Così la Baba Yaga la ucciderà e se la mangerà”. Squit­tirono come esseri che vivono nell’oscurità. Così quella sera, quando Vas­sil­lissa tornò da aver rac­colto la legna, la casa era tutta al buio. Domandò alla matrigna: “Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tene­bre?“
“Stu­p­ida ragazza, ovvi­a­mente non abbi­amo fuoco. Devi andare a cer­care la Baba Yaga a chiederle un car­bone per riac­cen­dere il fuoco”. “Benis­simo lo farò” rispose Vas­sil­lissa, e si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sem­pre più fitta, e i ramoscelli che le scric­chi­ola­vano sotto i piedi la riem­pi­vano di paura. Infilò la mano nella tasca del grem­bi­ule, dove nascon­deva la bam­bola che la mamma le aveva dato, e subito si sentì meglio. E a ogni bifor­cazione Vas­sil­lissa infilava la mano nella tasca e con­sul­tava la bam­bola, e la bam­bola le indi­cava da che parte andare.
Improvvisa­mente un uomo vestito di bianco su un cav­allo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cav­allo rosso, e sorse il sole. Cam­mina, cam­mina Vas­sil­lissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e pro­prio in quel momento un cav­a­liere vestito di nero su un cav­allo nero pen­etrò nella baracca. Subito si fece notte.
La Baba Jaga era vera­mente una crea­tura spaven­tosa. Viag­giava su un mor­taio che si spostava da solo. Gui­dava questo vei­colo con un remo a forma di pestello, e intanto can­cellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di per­sone morte da gran tempo. E il mor­taio volava nel cielo con i capelli grassi della Baba Jaga che svolaz­za­vano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incon­tra­vano al cen­tro. Aveva una bar­betta a punta tutta bianca e ver­ruche sulla pelle. Le unghie nere erano spese e ricurve e tanto lunghe che non poteva chi­ud­ere la mano a pugno..
Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un muc­chio di zampe gialle di gal­lina, cam­mi­nava da sola e qualche volta volteggiava come una bal­le­rina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chi­av­is­tello era un grugno di denti appun­titi.
Vas­sil­lissa con­sultò la bam­bola e lei le rispose che quella era la casa che cer­cava. E d’improvviso la Baba Jaga nel suo mor­taio calò su Vas­sil­lissa urlan­dole: “Cosa vuoi?”. La fan­ci­ulla tremava: “Nonna, sono venuta per il fuoco…ho bisogno di fuoco”. ” Oh, sìììì ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile…hai las­ci­ato spen­gere il fuoco. E che cosa ti fa pen­sare che io ti darò la fiamma?” Vas­sil­lissa con­sultò la bam­bola e rispose. “Per­ché chiedo”. La Baba Jaga disse sod­dis­fatta. “Sei for­tu­nata. E’ la risposta giusta”. E Vas­sil­lissa si sentì for­tu­natis­sima per aver dato la risposta giusta.
Baba Jaga la minac­ciò: “Non potrò darti il fuoco finchè non avrai fatto del lavoro per me. Se adem­pi­rai questi com­piti per me, avrai il fuoco. Se no…”. E Vas­sil­lissa vide gli occhi della Baba Jaga trasfor­marsi in braci ardenti. “Se no, cara bam­bina, mori­rai”.
La Baba Jaga ordinò a Vas­sil­lissa di por­tarle quello che stava cuo­cendo nel forno. Nel forno c’era cibo per dieci per­sone e la Baba Jaga lo mangiò tutto, las­ciando una pic­cola crosta e un cuc­chi­aio di mines­tra per Vas­sil­lissa. “Lavami i vestiti, scopa il cor­tile e la casa, e sep­ara il grano buono da quello cat­tivo e vedi che tutto sia in ordine. Se quando torno non avrai finito sarai tu il mio banchetto”. E la Baba Jaga volò via sul suo mor­taio. E cadde di nuovo la notte.
Quando la Baba Jaga se ne fu andata la bam­bola ras­si­curò Vas­sil­lissa che ce l’avrebbe fatta, le disse di man­giare qual­cosa e di andare a dormire. Vas­sil­lissa rifocillò anche la bam­bola e si addor­mentò.
Al mat­tino la bam­bola aveva fatto tutto, e non restava che preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte con­tenta, e in parte no, sibilò: “Sei una ragazza molto for­tu­nata”. Chi­amò poi i suoi fedeli servi­tori per­ché maci­nassero il fru­mento, e tre paia di mani com­parvero a mezz’aria e com­in­cia­rono a raschiare e a pestare il fru­mento. La pula volava per la casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito la Baba Jaga si sedette a man­giare. Mangiò per ore e ordinò a Vas­sil­lissa di pulire di nuovo tutta la casa, di sco­pare il cor­tile e lavarle i vestiti. “In quel muc­chio di spor­cizia ci sono molti semi di papavero. Per domat­tina voglio una pila di semi di papavero e una pila di spor­cizia, ben sep­a­rati”.
Quella notte la Baba Jaga dormì come un ghiro. Vas­sil­lissa cercò…di raccogliere…i semi di papavero…tra la spor­cizia. Dopo un po’ la bam­bola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”. di nuovo la bam­bola si occupò di tutto e quando la vec­chia tornò a casa era stato tutto fatto. La Baba Jaga chi­amò i suoi fedeli servi­tori per­ché spremessero l’olio dai semi di papavero.
Men­tre la Baba Jaga si insu­di­ci­ava le lab­bra con il grasso dello stufato, Vas­sil­lissa le stava accanto. “Posso farti qualche domanda, nonna?”. “Domanda pure, ma ricor­dati che troppo saprai, presto invec­chierai”. Vas­sil­lissa chiese dell’uomo bianco sul cav­allo bianco. “Quello è il mio giorno”, rispose la baba Jaga intener­ita. “E l’uomo in rosso sul cav­allo rosso?”. “Oh, quello è il mio sole nascente”. “E l’uomo sul cav­allo nero?”. “Quello è il terzo, ed è la mia notte. Vieni qui, vuoi farmi altre domande?”, le disse con tono suadente. Vas­sil­lissa stava per chiederle di quelle strane mani, ma la bam­bola com­in­ciò ad agi­tarsi nella tasca e allora disse: “No nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invec­chierai”.
“Ah” disse la Baba Jaga “sei più sag­gia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”. “Gra­zie alla benedi­zione della mia mamma” disse sor­ri­dendo Vas­sil­lissa. “Benedi­zione?! Non abbi­amo bisogno di benedi­zioni qui! Meglio che tu te ne vada” e la spinse fuori. Ma prima le dette un tes­chio dagli occhi ardenti e lo infilò su un bas­tone. “Ecco, prendi il tuo fuoco e por­tatelo a casa”.
Vas­sil­lissa corse a casa, seguendo il per­corso che la bam­bola le indi­cava. Era notte, e Vas­sil­lissa attra­versò la foresta con il tes­chio sul bas­tone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del tes­chio. D’improvviso provò paura di quella luce fan­tas­tica e pensò di get­tarlo, ma il tes­chio le parlò e la invitò a cal­marsi e pros­eguire.
La matrigna e le sorel­las­tre si avvic­i­narono alla fines­tra e videro una strana luce dan­zante nei boschi. Sem­pre più si avvic­i­nava. Vas­sil­lissa si avvic­i­nava sem­pre di più e quando la matrigna e le sorel­las­tre la riconob­bero le corsero incon­tro e le dis­sero che non ave­vano avuto più fuoco da quando se n’era andata.
Vas­sil­lissa entrò in casa con un senso di tri­onfo. Ma il tes­chio sul bas­tone osser­vava ogni mossa delle sorel­las­tre e della matrigna, e la mat­tina dopo aveva bru­ci­ato e ridotto in cenere il mal­va­gio terzetto



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