Da “Vai pure”, Carla Lonzi, 1980
giovedì 28 gennaio 2010 alle 09:26 - scritto da: dnnl
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VAI PURE

Da “Vai pure”, Carla Lonzi, 1980

Si tratta di un lungo col­lo­quio tra Carla Lonzi, crit­ica d’arte, espo­nente di Riv­olta Fem­minile, gruppo storico del fem­min­ismo ital­iano, e il suo com­pagno, reg­is­trati, trascritti e infine pubblicati.

Carla — tu avevi sem­pre un po’ colpevoliz­zato il mio rap­porto con te come un rap­porto che ti dava prob­lemi che non erano tuoi, che ti appe­san­tiva con la mia coscienza di donna, però in fondo stavi al dunque e questo mi faceva pen­sare che fosse una cosa che ti riguar­dava più pro­fon­da­mente di quanto tu volessi ammet­tere e che si stessero facendo dei passi nella stessa direzione, anche se tu dalla tua con­dizione di uomo, io dalla mia con­dizione di donna

- tutto questo capire per me è un’esigenza di vita per andare avanti e non un capire scisso dalle soluzioni che trovo. Per me va tutto insieme. Il giorno che uno capisce qual­cosa di sé e dell’altro deve agire di con­seguenza. Se capisco una cosa e poi ne fac­cio un’altra mi sento pro­prio mas­sacrata da me stessa. L’inganno in cui sono caduta è questo: capire da un lato e dall’altro andare sulle piste di sempre.

- ora io non ho inten­zione di cedere, nat­u­ral­mente, e mi rendo conto del per­ché poi una donna deve cedere. Per­ché il bisogno di autono­mia entra in totale con­trasto con il bisogno d’amore, e il bisogno d’amore è sen­tito così forte che prende il sopravvento sui bisogni di autono­mia. Però questa è la fine…io desidero un amore che sia amore della mia autono­mia, che non sia amore della mia dipen­denza e del mio servizio.

- quello che pro­prio mi scan­dal­izza e che mi fa sen­tire estranea e ferita da questo mondo è la pri­or­ità che viene data al poten­zi­a­mento della con­dizione indi­vid­uale in vista della pro­duzione di un’opera a scapito dell’autenticità dei rapporti…io per rap­porto intendo una coscienza della realtà che scorre tra le per­sone, e che per me è indis­pens­abile per rimuo­vere i punti morti di una cul­tura che viag­gia solo sulla coscienza maschile. Per me rap­porto sig­nifica conoscenza rec­i­p­roca e mod­i­fi­cazione cosciente di sé all’interno di questo. L’amore dovrebbe essere un’uscita dalla soli­tu­dine, una parte­ci­pazione a qual­cosa di comune…un rap­porto svela delle ver­ità, fa conoscere non solo se stessi, ma anche l’altro, dà una visione delle due parti.

- il piano della relazione per­sona a per­sona fun­ziona nell’ambito pri­vato e basta. Sul piano sociale è stato negato, la soci­età si è cos­ti­tuita su un tipo con­tratto che non è quello della ver­ità reciproca.

(L’artista) in fondo vive pro­prio della man­canza di rap­porti e vive di climi, legami, sug­ges­tioni che gestisce e in cui non devono entrare fat­tori di autono­mia per­ché lo dis­tur­bano. Oppure non lo dis­tur­bano se hanno un carat­tere provvi­so­rio, per cui non si pon­gono come stati di coscienza che cre­ano un altro punto di vista, ma come mate­ri­ale, come sti­molo, che gli per­me­tte di arric­chire le sue visioni sulla realtà, e anche di avere più vibrazioni.

- io con­sidero che la donna non esprime quell’amore e quella cura delle relazioni con tutta la prob­lem­atic­ità con cui lei la vive…quando una donna inizia ad esprimere la sua prob­lem­atic­ità, il suo chiedersi chi è, il suo chiedersi cosa c’è dietro una situ­azione o un certo tipo di rap­porto, l’uomo si sdegna, si insospet­tisce, la com­in­cia ad evitare. Finchè a lei non è pas­sata quell’inquietudine, allora l’uomo è sod­dis­fatto e dice: “ecco, ora sei vera­mente ser­ena, matura”. Invece lei si è sem­plice­mente adat­tata al ruolo….avvengono tante reazioni: delle reazioni a metà, dei ten­ta­tivi di vita diversa, delle riv­olte subito sedate, delle man­i­fes­tazioni di pazzia, dei prog­etti utopistici….il giorno che divento un ele­mento che tu senti neg­a­tivo o in dis­si­denza, allora dici “è meglio che stia da solo, che cer­chi altri tipi di con­tatto”, per­ché sono con­tatti, non rapporti.

- questa attiv­ità che svolgo io si basa sul rap­porto umano, sulla conoscenza rec­i­p­roca, sulla demolizione del mito cul­tur­ale del pro­tag­o­nista. Sul far vedere chele cose si svol­gono sem­pre attra­verso un dial­ogo, che le ver­ità sono sem­pre in un rap­porto. Nel lavo­rio sul piano umano che fa una donna insieme a un uomo. Nello scam­bio di due senza di che le cose non si ver­i­f­i­cano. Poi c’è questo pas­sag­gio, nella nos­tra cul­tura, che assomma tutte le pre­rog­a­tive a un indi­viduo e all’opera che ha prodotto.

Io trovo astratto, cioè non vero, irreale, tutto questo cos­ti­tuirsi della per­son­al­ità maschile come un pro­durre da sé. Esiste sem­pre un rap­porto, un dialogo.

Il mio com­pito cul­tur­ale è arrivare ad essere riconosci­uta come coscienza. E quindi come parte in causa di un processo comune. È il processo non pres­ti­gioso che porta a uno scatto di coscienza che viene sem­pre nascosto, ed è quello in cui la donna è presente…..La donna manda avanti scatti di coscienza, senza che però cambi il sistema.

- quando io ti ho incon­trato, tu eri un uomo in crisi e io ti pren­devo per la mano e ti por­tavo den­tro la tua crisi, trovando le parole, le indagini, la local­iz­zazione dei prob­lemi, ti por­tavo in questa zona che era una specie di boscaglia tutta intri­cata dove non c’erano sen­tieri, dove non c’era stata un’esplorazione. Una donna inizia l’altro ad affrontare la vita inte­ri­ore nel dial­ogo. Invece l’uomo ha spesso un modo solip­sis­tico di affrontare se stesso che non lo porta molto lon­tano. Men­tre la donna lo ha con­dotto agli Inferi per la mano, lui la abban­dona sulla porta di casa e quando è nel mondo non crea nes­sun col­lega­mento con quella che è stata la sua espe­rienza con la donna.

- sic­come la donna è dial­ogo, il Par­adiso per lei sig­nifica poter esercitare questo dial­ogo con un altro; una donna vive se stessa nel rap­porto, men­tre l’immagine che l’uomo ha di sé è al di fuori del rap­porto. quindi la donna è abbas­tanza cosciente del suo bisogno dell’altro, men­tre l’uomo non lo è.

Carla– io sim­bolizzo questa esi­genza però sono anche una figura reale, per­ché sono una coscienza reale di quello che rap­p­re­sento. Io mi sono chi­esta: “ma per­ché Dante ha scritto tutto quello che ha scritto con Beat­rice in testa? Per­ché Cer­vantes si è riv­olto a Dul­cinea? Per­ché Petrarca si è riv­olto a Laura?……l’”ispiratrice”: per­ché la donna sim­bolizza quell’esigenza di lib­ertà in se stessi, di ver­ità dell’anima.

Paolo– no, sim­bolizza dove non c’è conflitto.

C– no, io non sim­bolizzo dove non c’è conflitto

P– la cosa nuova con te è questa qui, che tu sei anche il conflitto

C– per­ché la donna come Beat­rice non implica il con­flitto? Eppure è un sim­bolo dell’autenticità. Ma appunto, una cosa è viverla come sim­bolo, una cosa è viverla nella realtà l’autenticità di un altro: diventa con­flitto. L’uomo tende invece a vivere l’autenticità come sim­bolo e quindi a richia­marsi a questo punto di ver­ità come a un sereno, un approdo di benessere. Però io non posso accogliere la tua ver­ità in modo paci­fico per­ché devo tener conto della mia, sennò non è una verità.

Allora quando tu la metti a con­fronto con me si crea un con­flitto. E questa è la situ­azione nuova.

Io non posso accettare di essere usata come crea­tura sim­bol­ica. Non lo sono, ma ho fatto mille sforzi di non esserlo. Mi sono assunta tutta la fat­ica di non esserlo.