Elsa Oliva
martedì 30 marzo 2010 alle 01:31 - scritto da: gilda
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La sto­ria di Elsa Oliva (Elsinki)

Da “la resistenza taci­uta. dod­ici vite di par­ti­giane piemon­tesi”, a cura di Bruz­zone e Farina.

Ed. La Pietra, 1975

Appartengo a una famiglia di antifascisti di Pied­imulera, un pic­colo paese non lon­tano da Domo­d­os­sola, dove sono nata nel 1921. Mio padre e mia madre si sono sem­pre rifi­u­tati di iscriversi al par­tito fascista.…mio padre, dopo il 1929, è stato pri­vato del posto di lavoro.….Forse mio padre, che non era molto politi­ciz­zato, piut­tosto che andare incon­tro a tanti guai avrebbe anche ceduto e preso la tessera. Ma c’era mia madre. E mia madre è sem­pre stata una social­ista, prove­niente da una famiglia di social­isti: un fratello fuo­rius­cito in Fran­cia, un altro morto molto gio­vane per­ché pic­chi­ato dai fascisti.….

Da noi l’elemento forte della famiglia è sem­pre stata la mamma.….Era una donna molto umile, una donna che, guardan­dola, nes­suno avrebbe detto che avesse tanta personalità.

Rimasto senza lavoro, mio padre s’era messo a fare il viag­gia­tore, con la bici­cletta. Andava in giro per vendere l’olio di una ditta di Oneglia. Una pic­cola rap­p­re­sen­tanza, per cui noi figli abbi­amo tutti dovuto lavo­rare fin da bam­bini. Io, ad esem­pio, tempo per gio­care ne ho avuto fino ad otto anni. Più tardi, dovevo scap­pare per gio­care, bus­can­domi nat­u­ral­mente tutto quello che mi dovevo bus­care. Bisog­nava lavo­rare, sicuro.

Mi ricordo che andavo in sec­onda ele­mentare quando ho iniziato il mio primo lavoro: fare le pulizie in casa dei sig­norotti del paese. Una volta ogni due set­ti­mane gli dovevo luci­dare tutto il rame giù nel fiume…Ogni tanto volava qualche pig­natta in mezzo al fiume, per­ché pro­prio mi arrab­bi­avo. E poi luci­dare i pavi­menti con la “galera”. Allora non c’erano gli elet­trodomes­tici e con questo spaz­zolone chiam­ato “galera” dovevo tirare a cera i pavi­menti di tutta la casa che era molto grande. Ave­vano ragione a chia­marlo “galera”, per­ché era così pesante, così pesante! Bisog­nava muoverlo in senso sem­pre dritto, solo così i pavi­menti veni­vano lucidi. Tutto per cinquanta cen­tes­imi la set­ti­mana. Allora nes­suno regolava il lavoro. Sotto i dod­ici anni si andava a lavo­rare e poi ti davano quello che volevano.

Vera istruzione dalla scuola non ne ho avuta molta…a Pied­imulera c’era solo fino alla quarta ele­mentare, poi si doveva venire a Domo­d­os­sola. Quindi pote­vano andare avanti nelle scuole solo quelli che ave­vano i mezzi finanziari, almeno per pagarsi il trasporto. Ma a parte il prob­lema eco­nom­ico, credo che ci sareb­bero state anche altre dif­fi­coltà, per­ché noi non eravamo ben accetti nella soci­età fascista. La scuola a Pied­imulera era retta da una maes­tra di nome Felic­ina, e da una suora, suor Olimpia. La maes­tra era sem­pre vestita da ger­arca. Noi fratelli la chia­mavamo “il cara­biniere” e la seguiv­amo per tutto il paese, facen­dole burle a non finire. Sen­ti­vamo per lei istin­ti­va­mente un certo ran­core. E lei ci trat­tava molto male a mio fratello Renato una volta hanno dovuto dare tre punti di sutura sulla testa, per­ché l’aveva pic­chi­ato con la bacchetta…Mio fratello Aldo, il mag­giore, quello che poi è morto da par­ti­giano, è stato addirit­tura cac­ciato da tutte le scuole del regno per un rap­porto di Felicina.….…

Nel nos­tro ambi­ente famil­iare c’è stata cer­ta­mente una preparazione polit­ica, anche se indi­retta, nel senso che mia madre era molto pru­dente e non ci aiz­zava, non com­men­tava aper­ta­mente. Non ci esor­tava aper­ta­mente all’antifascismo neanche quando mio padre veniva a casa gon­fio di botte e sanguinante…

Siamo cresciuti, si può dire, di fronte a una realtà che non ci sem­brava giusta. Quando vede­vamo mio padre mas­sacrato di botte,la bici­cletta con i pac­chi tutta fra­cas­sata, stavamo ad origliare quello che dice­vano i nos­tri gen­i­tori e capi­vamo che c’era qual­cosa che non quadrava.

Con i due fratelli mag­giori, Aldo e Renato, sono sem­pre andata dac­cordis­simo. Io ero la più grande delle fem­mine, la terza, anche se cono la quinta nata, per­ché due fratellini sono morti nell’infanzia. Ero sem­pre in mezzo ai maschi, a fare giochi da maschi, spal­leg­giata dai miei due fratelli. Face­vamo dei bel­lis­simi giochi, sug­gerit­ici da alcuni libri sulla Riv­o­luzione Francese e dalla “div­ina com­me­dia” che la padrona di casa aveva las­ci­ato in sof­fitta. Nel gioco della Riv­o­luzione francese noi eravamo i poveri che impic­ca­vano i ricchi.….

Un giorno, quando eravamo più grandi­celli, di 14 anni io e di 15 mio fratello Renato, stanchi di quella vita di lavoro e per seguire la nos­tra pas­sione per il dis­egno, per la pit­tura, siamo scap­pati di casa. Siamo andati in Valsesia, e lì, per vivere, abbi­amo com­in­ci­ato a dipin­gere e a vendere i nos­tri quadri.…

Questa è stata la nos­tra infanzia. Forse anche per questa vita, ci è stato più facile inserirci nella lotta par­ti­giana e com­bat­tere contro.

Nei mesi di fuga in Valsesia sfug­gi­vamo i cara­binieri e mia madre, pove­rina, non sapeva niente di noi. Ma non vol­e­vamo tornare a quella vita di lavoro mas­sacrante. Dopo mesi ci hanno trovato. Nell’ambiente dei pit­tori ci eravamo fatti tanti amici in quei mesi e non siamo più tor­nati alla vita di prima. Io ho trovato tra questi amici anche il mio com­pagno, Omero Solaro, il padre del mio primo bam­bino. Omero è stato par­ti­giano ed è morto a Mauthausen.

Per ragioni di salute io sono poi andata sul lago di Garda: avevo la tuber­colosi. Venuta l’estate, ho pen­sato di pas­sare a Orti­sei e vedere la val Gar­dena. Nel frat­tempo mio fratello Renato era stato chiam­ato alla leva mil­itare e aveva dovuto par­tire. Il bam­bino l’avevo dato a balia. Pen­savo di rimanere un mesetto a Orti­sei, ma poi vedendo lì certi oggetti di legno grezzo che due fab­briche pro­duce­vano, ho pen­sato di dipingerli e di farli vedere in giro per poterli vendere. Sono piaciuti e mi hanno fatto un con­tratto di lavoro molto buono. Allora ho rac­colto dei ragazzi e ho messo su una scuola, sarebbe meglio dire una fab­brichetta per­ché, tutto som­mato, sfrut­tavi i miei allievi. Ma li pagavo anche, e bene!.…..Io avevo allora 19 anni.…..

Si era nel primo anno di guerra, i viveri com­in­ci­a­vano a scarseg­giare e noi andavamo spesso a fare merende in una frazione di Orti­sei, nello chalet di una certa Lise che aveva molta sim­pa­tia per noi. Una domenica pomeriggio.…sento par­lare in ladino due o tre allo­geni che erano seduti al ban­cone bevendo del vino caldo. Uno di loro pro­nun­cia delle parole di insulto con­tro noi ital­iani. Io avevo appreso qualche parola di dialetto e avevo capito cosa stava dicendo.….Allora sono andata di fronte a quell’uomo e ho detto: “Scusi da quanti anni vive in Italia? Conosce l’italiano? Mi vuole ripetere in ital­iano quello che ha detto?”.…E quello, dopo un momento di esi­tazione mi ha detto che i sol­dati ital­iani erano tutti porci e che Hitler avrebbe pen­sato a met­tere a posto anche loro. Sono rimasta come cieca, mi è caduta una nuvola di fronte agli occhi: gli sono volata addosso, l’ho graf­fi­ato, l’ho rov­inato. Non ci vedevo più. L’uomo ha avuto almeno un mese dal medico per le ferite al viso, per­ché gli ho con­fic­cato le unghie nella carne. Avevo le unghie lunghissime, per il lavoro.

Sono stata man­data via da Orti­sei. Il fed­erale di Bolzano ne è stato felicissimo.….avevano scop­erto che non avevo la tessera del par­tito fascista.

Dopo la scena da Lise sono andata dal podestà (un buz­zone) per spie­gar­gli com’era andata ‘sta fac­cenda, per chiarir­gli che io ero stata provo­cata. E lui, men­tre stava a sen­tire, ha ten­tato degli approcci, per cui gli ho las­ci­ato andare un cef­fone che gli ha girato la fac­cia dall’altra parte. Così poi è risul­tato che avevo pic­chi­ato anche il podestà! Hanno imbastito tutta una sto­ria a modo loro e mi hanno mandato via da Ortisei.

Mi sono trasferita a Laion, un paesino a pochi chilometri, a med­itare. A med­itare quello che avrei dovuto fare per far sen­tire le mie ragioni. Mi ero por­tata dietro tutti i miei col­ori, i miei pen­nelli, tutta la mia roba per­son­ale. Il resto me lo ave­vano con­fis­cato. Un bel giorno vado a Bolzano, con il mio cane san bernardo e la mia pis­tola. Me l’ero fatta dare non ricordo più da chi, per­ché la baita in cui vivevo era iso­lata e mezzo diroc­cata. Con cane e pis­tola mi sen­tivo più sicura.

Ho preso il trenino della val gar­dena, ero vestita in modo molto sospetto per la polizia fascista: avevo dei pan­talonacci, con la chi­ave di casa, di ferro, grande così, legata alla cin­tura; i capelli lunghi, pro­prio come una beat di oggi delle più ves­tite male; con il mio cane che, pur essendo al guin­gaglio, mi trasci­nava un po’ dove vol­eva, per­ché era più grosso di me. Mi ferma la polizia e mi domanda i doc­u­menti. Io non li avevo, per­ché quel giorno ero uscita non pen­sando di andare a Bolzano. Che è, chi non è, mi ten­gono in ques­tura. Riesco a farmi rilas­ciare solo per­ché mi viene in mente il colon­nello de Chicca del corpo d’armata di Bolzano. Ero amica di lui e di sua moglie, grandi appas­sion­ati di pittura.….

.….Mi hanno trat­tenuta a Bolzano, a domi­cilio coatto. Dovevo uscire all’ora tale e rien­trare all’ora tale, e comu­ni­care subito il mio ind­i­rizzo. Vado dal fed­erale e dico: “Per man­giare, vengo alla sua mensa o devo andare a rubare?” Allora mi hanno procu­rato un posto negli uffici comu­nali, all’anagrafe.

Lì in Bolzano mi sono ricre­ata una cer­chia di amici. Tutti sape­vano che ero stata con­dan­nata a domi­cilio coatto, per cui c’erano degli antifascisti che di nascosto mi mostra­vano la loro sim­pa­tia e con i quali pote­vano par­lare lib­era­mente, e alte per­sone con cui parlavo a mono­sil­l­abi. C’era, ad esem­pio, la sig­nora Sal­va­tori, emi­grata dalla Fran­cia, che era un’autentica antifascista. Poi ho conosci­uto Lib­era, bolog­nese, anche lei a domi­cilio coatto. Era comu­nista e aveva conosci­uto Togli­atti. È da lei che ho com­in­ci­ato a sen­tire par­lare di comunismo.

.…Il 25 luglio è stato un momento pro­prio di grande lib­er­azione. io mi sono sen­tita riv­i­vere, rinascere. Caduto il fas­cismo, mi sem­brava che tutto fosse finito, che tutti doves­simo tornare a casa. .….Forse per me il 25 luglio è stata la presa di coscienza com­pleta, per­ché ho avuto chiaro che bisog­nava fare qual­cosa. Mi sen­tivo lib­era di ren­dermi effet­ti­va­mente libera.

La sera dell’8 set­tem­bre, men­tre stavo per incon­trarmi con un gruppo di gio­vani con cui avevo allestito rap­p­re­sen­tazioni teatrali, sen­ti­amo il comu­ni­cato dell’armistizio per radio. Ci siamo resi conto che stava succe­dendo vera­mente qual­cosa. ho invi­tato subito i miei com­pagni mil­i­tari a non rien­trare in caserma.

Alle 3 del mat­tino i tedeschi hanno sparato dal monte Cal­vario la prima cannonata.…..

Avrei potuto benis­simo servire la resistenza come infor­ma­trice, come staffetta, restando all’anagrafe. Invece ho capito che io volevo com­bat­tere con le armi in mano.

A Bolzano i nos­tri sol­dati, pri­gion­ieri, erano stati radunati come ani­mali in un campo di con­cen­tra­mento sul bordo del fiume Talvera, in attesa di essere car­i­cati sulle tradotte e depor­tati in Ger­ma­nia. Sono rius­cita a par­lare con alcuni di loro e a farli scap­pare parecchi.……

Non volevo più andare in uffi­cio. Un mat­tino però viene la polizia tedesca in casa. A questo non avevo pen­sato. La lotta di lib­er­azione è stata tutta un’inesperienza, tutto un inventare, un creare al momento quello che dovevi fare. C’è stato un bando che invi­tava tutti a ripren­dere i posti di lavoro, sta­bilendo pene per i trasgres­sori. Spiego ai tedeschi che non sono andata in uffi­cio per­ché ero spaven­tata dai bom­bar­da­menti. Mi con­sigliano di pre­sen­tarmi con cer­ti­fi­cato medico.

Per qualche giorno sono andata in uffi­cio, allo sportello numero 6, per dare doc­u­menti a quelli che scap­pa­vano e dis­tribuire tessere annonarie e cer­ti­fi­cati di “con­gedo illimitato”.…Poi ho dato fuoco all’anagrafe, per­ché non sco­pris­sero la fal­sità di quei cer­ti­fi­cati. Nel taffer­uglio dell’incendio sono scap­pata fuori anch’io e me ne sono andata. Non m’hanno più ripresa.

…ho fatto la com­me­dia, facendo credere a tutti che partivo per tornare a casa. Sono andata invece in un appar­ta­mento in via Milano.…

Lì abbi­amo orga­niz­zato qualche colpo con­tro i tedeschi. Il mio gruppo iniziale è stato però elim­i­nato presto. Uno l’ho trovato fucilato dietro a una tomba del cimitero, altri li hanno presi e man­dati ad Inns­bruck da dove non sono più tor­nati, altri sono andati in mon­tagna. Abbi­amo fatto delle belle azioni, dei buoni colpi. Abbi­amo messo bombe sulle porte delle caserme di polizia, nella hall dell’albergo dov’erano allog­giati gli uffi­ciali tedeschi, poi abbi­amo pen­sato di far saltare una delle “mac­chine fan­tasma”, cioè le mac­chine con tutta l’attrezzatura radio ricevente e trasmit­tente per comu­ni­care con il Comando supremo a Berlino.….

I com­pagni mi hanno preparato l’ordigno. Come altre volte l’ho posto den­tro una scat­ola vuota a forma di libro che tenevo sotto il brac­cio come se fossi una studentessa.…Intanto, facendo gli occhi dolci a un tedesco, Willy; mi ero fatta dare un las­ci­a­pas­sare per entrare in caserma. Rag­giunti il cor­tile, ho visto la “macchina fan­tasma”. Col cuore in gola vi ho posato la scat­ola e poi me ne sono andata. Dopo circa cinque minuti ho sen­tito un boato: oper­azione compiuta.

Verso la fine di novem­bre sono stata arrestata. Me lo sen­tivo che mi pren­de­vano. A volte, quando si sente qual­cosa, bisognerebbe dare ascolto a quella voce intima. Sono uscita un pomerig­gio tardi e la polizia mi ha fer­mato sul ponte Druso.…

M i hanno tenuta den­tro sette, otto, dieci giorni. La prima cosa che capita in galera, che c’è stato lo sa, è quella di perdere la nozione del tempo. Io ho negato tutto, sono stata sem­pre sulla difen­siva. Solo quando mi hanno detto che ave­vano fucilato Gio­vanni, mio caris­simo com­pagno, ho gridato a chi mi inter­ro­gava: “bas­tardo!”. Da quel momento non mi hanno più inter­ro­gata: dovevo com­par­ire davanti al tri­bunale di Innsbruck.

Mi hanno fatta salire su una tradotta per il Bren­nero. …Pro­prio presso Vip­iteno, a pochi chilometri dal con­fine, ci hanno fatto scen­dere per­ché la linea era inter­rotta, e ci hanno messi provvi­so­ri­a­mente in un recinto come le bestie. C’erano con me tanti poveri ragazzi che da giorni erano in tradotta. Io avevo com­in­ci­ato a tossire con­tin­u­a­mente, giorno e notte. Sen­tendo l’aria mi son detta: “Se non scappo ora, non vado più. È meglio tentare. Tanto, se rimango, muoio lo stesso”. Mi guardo intorno e dico: “Qui, se vogliamo, la metà di noi può scap­pare”. C’era una sen­tinella solo ogni 30–40 metri.

Questi uomini mi hanno las­ci­ata alli­bita, non si muove­vano, piangevano, non ave­vano più spir­ito di niente. Un alpino mi fa: “ma anduva ti ve?

Mi vaghi, mi scapi, ti voret minga che mi lassi purtà in ger­ma­nia!” Ho com­in­ci­ato a par­lare con quell’alpino. Non c’erano sbarre da aprire o pali da togliere; bas­tava avere un po’ di cor­ag­gio, stu­di­are il movi­mento delle guardie tedesche e trovare, di notte, il momento adatto. Ci siamo messi d’accordo in sette, dan­doci appun­ta­mento al ciglio della ferrovia.

.…Siamo ritor­nati verso Bolzano. Alle porte della città ci siamo salu­tati e ognuno ha preso la sua strada.

Sono rius­cita ad infi­larmi sul treno per Verona. Sono andata a casa di Luciano, uno degli amici che ero rius­cita a sal­vare l’8 settembre

.….Rien­trata a Bolzano ho saputo che Randino, il com­pagno con cui avevo già lavo­rato, si era messo in con­tatto con alcune bande di ex mil­i­tari cos­ti­tu­itesi sulle mon­tagne del Trentino. Ma io ero ormai troppo nota alla polizia locale per poter col­lab­o­rare con lui e le mie con­dizioni di salute non erano buone. Così ho deciso di tornare a casa, a Domodossola.

Qui trovo che non sono la sola della famiglia ad aver com­bat­tuto con­tro i tedeschi. Mio fratello Aldo, fatto pri­gion­iero dai tedeschi, era scap­pato ed era arrivato a Domo­d­os­sola vestito da prete. Aveva com­in­ci­ato la lotta clan­des­tina, orga­niz­zando con Omero e anche con l’aiuto di mia mamma il gruppo “Lib­ertà” di Domo­d­os­sola, una delle prim­is­sime bande par­ti­giane. Ave­vano preso le armi in caserma nella con­fu­sione dell’8 set­tem­bre. Mia madre aveva riu­nito queste armi in sof­fitta, le aveva nascoste sotto un cumulo di segatura. Era una donna, una com­pagna, pro­prio mer­av­igliosa. Allora aveva all’incirca cinquant’anni, ma se avesse avuto la mia età, avrebbe fatto quello che ho fatto io, e forse anche di più..

Dopo il dis­faci­mento della banda “Lib­ertà”, Aldo è andato in valle Anza­sca, il suo gruppo si è poi inser­ito nella “Val­toce” e lui è rimasto in questa divi­sione fino alla morte, avvenuta due mesi prima della lib­er­azione. l’altro mio fratello, Renato, di cui non sape­vamo più niente, era rim­pa­tri­ato dalla Gre­cia e s’era unito agli Alleati. Mio fratello Dario, minore di me, era finito in Fran­cia e anche lui l’8 set­tem­bre aveva scelto di com­bat­tere nella macchia.

Sono stata a casa per qualche mese, poi, verso mag­gio, dico a mia mamma: “Vado anch’io in mon­tagna. È il mio des­tino, las­ci­ami fare”. E la mamma non si è opposta. Erano venuti i tedeschi in casa a cer­care Elsa Oliva e io me l’ero cavata con un po’ di for­tuna. Anzi, devo dire che di for­tuna ne ho avuta molta; se no, come me la sarei cavata con due con­danne a morte?

La sera stessa della visita dei tedeschi me ne sono andata. Ho cam­mi­nato tutta la notte lungo il greto del fiume per evitare i posti di blocco e al mat­tino ero alle porte di Crusi­nallo. Volevo andare a cer­care mio fratello in for­mazione, ma non era facile. Avevo poi il prob­lema di farmi accettare come par­ti­giana. Ho pen­sato di pre­sen­tarmi come cro­cerossina, anche se non avevo mai fatto nem­meno un’iniezione. Io volevo sparare, fare i com­bat­ti­menti, ma certo quelli avreb­bero subito detto di no. Per mia for­tuna, pro­prio sulla strada vicino alla stazione trovo Mel­oni, mag­nifico com­pagno della II brigata “Bel­trami”, con un gruppo di sette, otto par­ti­giani su un camion­cino. Dico che voglio andare con loro, salgo sul camion­cino. Dopo mezz’ora eravamo già tutti amici per la pelle. Ero felice, avevo di nuovo il mio ambiente.

Ho trovato i par­ti­giani tutti cop­erti di scab­bia. Il giorno dopo mi sono fatta portare in moto­ci­cletta e dal far­ma­cista ho preso tanta pomata allo zolfo, alcol, garze. Poi ho stu­di­ato i bigli­et­tini dei med­i­c­i­nali. Certo che poi ho dovuto fare delle oper­azioni da non credere, mag­ari col tenagli­etto del cia­bat­tino, però sono guar­iti sem­pre tutti. Anche qui sono stata fortunata.

Dopo un paio di giorni che ero in for­mazioni chiedo a Mel­oni di riu­nire gli uomini per­ché gli avrei dovuto dire una cosa. Avevo visto che c’era qualche gio­vane che mi usava dei riguardi diversi, che mi porgeva qual­cosa, mi pre­veniva in qualche com­pito. Ho detto: “non sono venuta qui per cer­care un innamorato. Io sono qui per com­bat­tere e rimango solo se mi date un’arma e mi met­tete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e le azioni. In più farò l’infermiera. Se siete d’accordo resto, se no me ne vado”.

È stata una buona pre­messa. Non ho dovuto mai lamen­tarmi di nes­suno. Per me, medicare un piede a uno che il sudore glie lo man­giava e puz­zava lon­tano chilometri o dare una pomata a un altro era la stessa cosa, non avevo pref­erenze. Sono stata seg­nata nei quadri della guardia e, se dovevo stare fuori da sola, ci stavo. Avevo un’arma, non ero solo l’infermiera. Al primo com­bat­ti­mento ho dimostrato che sapevo com­bat­tere come loro e che l’arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire. Anzi il com­pagno che avevo di fianco è andato a strom­baz­zare a tutti che ero un leone!

Ho aiu­tato la for­tuna con la mia svel­tezza; se nei com­bat­ti­menti c’era da muoversi o fare qual­cosa, lo facevo di corsa, senza esi­tazioni, immediatamente…Ero impul­siva, ma nei com­bat­ti­menti questa è una qual­ità positiva.

Curavo i miei com­pagni, ma non li ser­vivo. Se uno vol­eva un panino, se lo faceva; se uno doveva lavare la gavetta o i calzini, se li lavava lui. Io non ero andata da loro per lavare i piatti, per rat­top­par­gli i pan­taloni, io ero andata per com­bat­tere. Certo gli uomini erano spesso pigri, si lava­vano poco e si riem­pi­vano di pidocchi…A qualunque alti­tu­dine, anche d’inverno, io mi lavavo tutte le mat­tine, mag­ari spac­cando il ghi­ac­cio, mag­ari con la neve.…certo i pidoc­chi si pren­de­vano anche a dormire nel fieno, nella paglia, oppure per­ché non ti potevi cam­biare. Durante i ras­trel­la­menti, ad esem­pio, non potevi toglierti le scarpe. Ogni tanto mi spingevo fino a Meina a vedere il mio bam­bino che era a balia. Ma mi tenevo lon­tana dalla casa. Lo vedevo gio­care, cor­rere, m’assicuravo che stesse bene, ma non mi facevo vedere, né dicevo niente a nes­suno: l’avrei messo in peri­colo. Se i fascisti fos­sero venuti a conoscenza di questo fatto, avreb­bero potuto farmi dei ricatti.

Nel set­tem­bre ’44 sono incom­in­ciati i “quar­anta giorni di lib­ertà” con l’instaurazione di una “repub­blica” par­ti­giana con cap­i­tale a Domo­d­os­sola. La lib­er­azione dell’Ossola mi ha trovato un po’ crit­ica, sem­pre, anche allora. sic­come sono morti tanti par­ti­giani in questa oper­azione, prima e dopo, ritenevo che non fosse valsa la pena lib­er­are una zona che si sapeva di non poter tenere, per dare quar­anta giorni di bal­do­ria ai par­ti­giani e agli abitanti.….Mi rib­at­tono sot­to­lin­e­ando il val­ore politico della repub­blica dell’Ossola. Certo, non dico di no. Però, se vol­giamo con­sid­er­are i doc­u­menti, gli uomini politici ave­vano idee vec­chie, niente affatto avanzate.….

Alla fine del ’44 riesco ad avere notizie, tramite un amico, di mio fratello Aldo, che si faceva chia­mare “Ridolini”. Ho chiesto allora di pas­sare nella sua for­mazione, la Valtoce.…Anche qui ho con­tin­u­ato a fare la com­bat­tente e l’infermiera, prat­i­cando oper­azioni da far rab­bri­v­idire ancora oggi. Ho com­in­ci­ato ad avere fun­zioni di comando e alla fine mi è stata affi­data una volante, la Volante “Elsinki”. Così mi chia­mavo da par­ti­giana per ricor­dare il nome Elsa.

Il com­pito della mai volante era vig­i­lare su tutto, all’esterno e all’interno.……Come coman­dante ero molto severa.….…..

L’8 dicem­bre 1944 sono stata fatta pri­gion­iera dai fascisti, per il tradi­mento di un ex par­ti­giano che era stato con me nella for­mazione di Mel­oni. Mi hanno por­tato a Omegna. Ho subito tenuto con i fascisti un atteggia­mento aggres­sivo che forse mi ha sal­vato da molte cose.…So che con un’altra par­ti­giana pri­gion­iera si sono com­por­tati bes­tial­mente, l’hanno pic­chi­ata tanto che gli hanno sfondato i polmoni.….……

La prima con­danna a morte l’ho avuta dai tedeschi, per­ché ave­vano scop­erto che io ero la Elsa Oliva che cer­ca­vano, quella scam­pata dal con­voglio del Bren­nero. Ma i fascisti non mi hanno con­seg­nato, per­ché un giorno avevo detto che i fascisti erano servi dei tedeschi che ubbidi­vano e basta.….I com­pagni intanto ave­vano fatti pri­gion­ieri tre fascisti e tele­fo­nano per scam­biarli con me, ma rifiutano.

Poi in un’azione par­ti­giana a Crusi­nallo ven­gono uccisi dei fascisti. Allora per sal­varmi mio fratello scende a Stresa e cat­tura un colon­nello della marina tedesca. I tedeschi non vol­e­vano già più fascisti come scam­bio, chiede­vano carne più fina. Mio fratello mi ha poi tenuto il cap­pello di questo colon­nello per ricordo e lo porto in qualche fotografia degli ultimi mesi.

Non sapendo come si stanno met­tendo le cose, penso che devo uscire di lì, mag­ari facen­domi ricoverare.….Mando la figlia del cus­tode a pren­dere del son­nif­ero. Tran­gu­gio le pastiglie.….

Quando ho ripreso conoscenza, dopo tre giorni, sono all’ospedale.…Quel giorno c’è un altro grande con­flitto a fuoco con le forze par­ti­giane, a Quarna, e i fascisti ricevono una dura scon­fitta. È ormai sicuro che sarò fucilata il mat­tino dopo. Com­in­cio a pen­sare: “Questo è il momento che devo andare”:. Che mi ammaz­zassero men­tre scap­pavo o l’indomani mat­tina in piazza era quasi la stessa cosa. Anzi, preferivo morire men­tre ten­tavo di scappare.

Chi­amo Suor Augusta e dico che mi voglio con­fes­sare, che mandi a chia­mare don Giuseppe. Saranno state le sette di sera, si sen­ti­vano ancora gli spari della battaglia di Quarna, nel cielo si vede­vano le pal­lot­tole trac­cianti, verso la mon­tagna. Il milite fascista che era di guardia era molto inqui­eto e curioso, vol­eva vedere i fascisti fer­iti che erano stati por­tati in ospedale.

Viene don Giuseppe: “dimmi, dimmi…”

dimmi un diavolo” rispondo “dimmi come devo fare a scap­pare di qui”

La via del lago è proibita, non è pos­si­bile, ci sono tutte le comu­ni­cazioni rotte, tutti i fili stac­cati. C’è lo stato d’assedio”

Ho bisogno solo che tu mi aspetti fuori per por­tarmi in qualche posto a pas­sare la notte, per­ché se casco in mano a qual­cuno che mi tradisce sono finita”

Rima­ni­amo d’accordo che mi aspet­terà alla curva dell’ospedale, sulla strada per Pettenasco.

Mi metto d’accordo con suor Augusta. Avrei chiesto di fare il bagno. Nel bagno mi avrebbe fatto trovare una gonna e dopo mi avrebbe por­tato le scarpe. Suor Augusta l’ha dovuta rubare ad una paziente questa gonna. M’ha detto: “Che Dio mi per­doni, che Dio mi perdoni!”

Dico a suor Augusta: “Fin­gerò di dormire. Chiederò un son­nif­ero, ma tu dammi una caramella, per­ché se mi dai un son­nif­ero sul serio mi rovini”. Appena la guardia mi avesse girato le spalle, sarei scap­pata. Poi sarebbe andata come la vol­eva. Ho finto di fare il bagno. Il fascista rideva: “Si vuol pulire prima di morire”. Mi metto a letto e dico di voler fare una buona dormita.

Appena il fascista, cre­den­domi addor­men­tata, scende le scale, io…fuori dal letto!.…Butto la vestaglia sul letto.…Con la mia solita incred­i­bile for­tuna, passo senza farmi vedere sotto il naso delle guardie. D’altra parte è buio e nevischia.

Arrivo al punto sta­bil­ito. Salta fuori l’ombra di don Giuseppe. Abbracci a non finire. Ero lib­era, ero fuori!

Siam lì, quando pam…pam…pam…raffiche all’ospedale. hanno scop­erto la mia fuga: il fin­i­mondo! Mi cer­cano attra­verso il lago, pen­sano che sia scap­pata con una barca. Don Giuseppe mi prende sotto il man­tello e mi porta come un fus­cello, così sotto il brac­cio in salvo.

Appena lib­era e ricon­giunta ai com­pagni e a mio fratello, che era sceso per lib­er­armi, sono risalita in montagna.….

Ho ripreso la mia vita in formazione…Sono ricom­in­ciati i com­bat­ti­menti, i ras­trel­la­menti, le marce. La gior­nata quasi sem­pre era sfi­brante, però c’erano anche ore che trascor­re­vamo gio­cando. Quando c’era bel sole, quando c’erano prati accogli­enti, non stavamo den­tro le baite ma, ad esem­pio, gio­cavamo a saltare, a vedere chi saltava più lon­tano. Si pren­deva slan­cio da una pre­della, si faceva un enorme salto nel vuoto, e sotto c’era Dino, un vero omone, che ci aiu­tava a non cader male. Un giorno mi pren­dono in giro, com­in­ciano a dire che ho paura, che sono una fem­min­uc­cia, e altro. Allora dico:” fermi tutti che arrivo io”. Ho fatto questa corsa, ho preso uno slan­cio tale che Dino, per acchi­ap­parmi ha dovuto fare un movi­mento che gli ha las­ci­ato il collo girato per quindici giorni.

Eravamo quasi tutti intorno ai vent’anni. Non bisogna dimen­ti­care che la Resistenza è stata fatta in mag­gio­ranza da ragazzi. A volte face­vamo anche degli scherzi.…Giocavamo a cal­cio. La “Franco Abrami” una volta ha incon­trato la Brigata “Ste­fanoni” e io ho fatto l’arbitro. Eravamo gio­vani e ave­vamo pro­prio la neces­sità di divertirci.

Col feb­braio ’45 non c’è più stato tempo per gio­care. Dove­vamo spostarci con­tin­u­a­mente per evitare i ras­trel­la­menti e alla sera eravamo stan­chissimi. Ricordo che durante il mese di marzo ha con­tin­u­ato a pio­vere, pio­vere. E una sera siamo entrati in un grosso casci­nale a chiedere ospi­tal­ità per qualche ora, per asci­u­garci un pochino i panni che erano inzup­pati d’acqua. i con­ta­dini, mar­ito e moglie, hanno avuto com­pas­sione di noi e ci hanno dato del latte caldo e della polenta fredda. Ci hanno fatto accam­pare den­tro. A me han dato la loro cam­era con un bel let­tone mor­bido: mi sem­brava di essere in par­adiso. Alla mat­tina usci­amo dal casci­nale e con­ti­amo due­cento o più pedate sulla strada di fuori: era pas­sata una colonna di naz­i­fascisti sulla porta di casa! Appena avviati sen­ti­amo le prime raf­fiche. I fascisti erano arrivati a Gig­nese e ave­vano fatti pri­gion­ieri tre com­pagni partigiani.….E’ fatta di vera­mente tante cose la lotta par­ti­giana, non si finirebbe mai di raccontare.

Negli ultimi mesi è sorto il prob­lema della mia pre­senza in for­mazione. La “Val­toce” era una for­mazione autonoma, di estrazione cat­tolica. Penso che la ques­tione l’avesse soll­e­vata l’alto clero, che nonj vedeva una donna armata con fun­zioni di comando pro­prio in una for­mazione loro. Mi hanno offerto anche un posto nella orga­niz­zazione del CLN pur di togliermi di lì. Io non ho accettato nel modo più assoluto.….tutti i com­pagni erano con me, e allora non hanno insistito.

.….Allora, almeno da noi, par­lare di comu­nismo era un po’ dif­fi­cile. Perfino nelle for­mazioni garibal­dine i comu­nisti erano pochi. …per tutti noi c’era una con­tinua mat­u­razione politica.…Non cre­di­ate che in mon­tagna non aves­simo gli spi­oni della “Spe­cial Force” inglese o della OSS amer­i­cana che veni­vano per sapere e ind­i­riz­zare le cose come vol­e­vano loro. L’unità della Resistenza è stata molto strom­baz­zata, ma è stata molto dif­fi­cile e molto sof­ferta. Anche qui ci sono stati attriti e raf­fiche tra le diverse for­mazioni, ma la Resistenza è stata una cosa così grande che tutte queste cose è nat­u­rale che ci fossero.

Ritorno al mio rac­conto. Nei giorni della calata al piano, la nos­tra brigata aveva dis­po­sizione di occu­pare Baveno, dove c’era il comando tedesco.

Il 24 aprile scen­di­amo verso il lago. Alle porte di Baveno Laverini mi dice: “tu con i tuoi uomini per­lus­tra il lungolago”.

Vado fino all’hotel Bellav­ista. Poi dico: “Tor­ni­amo indi­etro. Stanno dietro le per­siane con tutte le armi pun­tate con­tro di noi, tor­ni­amo indietro”.

.…Cer­chi­amo di pren­dere qualche postazione, per­ché ave­vamo l’ordine di non far pas­sare la colonna. Arriv­i­amo appena al di là della passerella che c’era sul fiume, che i tedeschi asser­ragliati nei pressi della stazione fer­roviaria com­in­ciano a sparare con le 20 mm. Io, Kaliniko e altri rius­ci­amo a non farli avan­zare, finchè il grosso dei nos­tri non ha rag­giunto la mon­tagna. Poi siamo sal­iti anche noi a Campino, sopra Baveno, da dove si dom­ina tutto il lago.

Alla sera, nel cre­pus­colo, vedi­amo che è arrivato a baveno il primo gruppo della colonna. Abbi­amo usato delle mitragliere che ci erano state para­cadu­tate, molto carine ed effi­ci­enti. La reazione è stata fero­cis­sima; con mor­tai e can­noncini ci hanno bom­bardato fino all’una di notte, scop­er­chi­ando diverse case.

Al mat­tino dopo ci siamo riu­niti in parecchi.…..Io rimango a sparare. I nazifascisti…sono venuti in forze: saranno stati tre­cento e noi, a Campino, una ventina. È stato il com­bat­ti­mento più feroce, più tremendo: da tutti i buchi, da tutti i cespugli arriva­vano raf­fiche. Mi sono trovata di fronte due tedeschi, li ho fatti fuori, prima l’uno, poi l’altro. Dallo sfin­i­mento non capivo più niente. Arriva­vano pal­lot­tole da tutte le parti e mi sem­brava di com­bat­tere con­tro i mulini a vento.

A un certo punto mi accorgo di essere sola si erano già riti­rati tutti i miei com­pagni. Mi ritiro anch’io.

La spara­to­ria è durata dall’alba a mez­zo­giorno circa. I tedeschi e i fascisti ci impeg­na­vano per far pas­sare il grosso della colonna. Eravamo troppo pochi. C’erano altri uomini in giù, a Meina e ad Arona, ma hanno preso anche loro una salassata.

Trovo due garibal­dini, uno avrà avuto 15 anni, l’altro 19. Dico loro di venire con me, di non andare giù. Non m’hanno seguita e sono stati fal­ciati. Sono poi arrivata in una frazione e qui i con­ta­dini mi hanno presa e get­tata in un buco per sal­varmi. Ero sfinita. Sen­tivo i fascisti che mi gri­da­vano di uscire fuori dalla tana. Quando se ne sono andati, sono potuta uscire.

Ho ritrovato Kaliniko che era fer­ito e l’ho curato. Poi ho fatto la calata al piano, da sola, bestemmiando.

A Baveno ho incon­trato quat­tro o cinque uomini che mi hanno preso in spalla e siamo andati a Laveno. La gente applau­diva i par­ti­giani: i fascisti erano andati e di tedeschi in divisa non se ne vede­vano più. Mi ero appena appiso­lata sul traghetto (quat­tro giorni che non dormivo), quando sento che bat­tono ai vetri del finestrino e vedo il Man­cino che mi fa cenno: “Vieni, c’è quello dell’oplà”.

Era un fascista che ci aveva fatto tutti e due pri­gion­ieri sul Mot­tarone, in tempi diversi. Aveva òa mania di dire “oplà” in mezzo a ogni dis­corso. Mesco­lato alla popo­lazione, anche lui applau­diva. Era tal­mente preso dall’entusiasmo a darci il ben­venuto che non si è neanche accorto che gli abbi­amo girato alle spalle. Grido: “scemo, non potevi stare rin­tanato in qualche buco?” L’abbiamo por­tato al cimitero e lo abbi­amo giustiziato.….…

Questo è stato il primo con­tatto col “mondo nuovo”, con quello che avremmo dovuto vedere poi. E a Milano, quando c’è stata la sfi­lata, tra quella molti­tu­dine plau­dente e tutti con le coc­carde, pen­savo che forse una buona parte erano quelli che ci ave­vano sparato con­tro. Alle staffette, nelle sfi­late, met­te­vano al brac­cio la fas­cia da infermiera!

Anche tra la folla plau­dente di Milano ho trovato un fascista, che per mesi mi aveva fatto da guardia del corpo a Bolzano.….L’ho con­seg­nato a chi dovevo.

Certo che quando c’è stata la smo­bil­i­tazione hanno dato troppo poco tempo per gius­tiziare i crim­i­nali. Tutt’a un tratto non era più pos­si­bile giu­di­care nes­suno. C’è stata una comu­ni­cazione: dall’ora tot non si pote­vano più proces­sare i pri­gion­ieri, ma si dove­vano consegnare.

Il dopolib­er­azione è stato cer­ta­mente molto diverso da come lo pen­savo. Il mio rimpianto più grande del dopo è stato di non essere morta prima, durante la lotta. Se io ho invidi­ato qual­cuno, non ho mai invidi­ato i com­pagni vis­suti ma i com­pagni morti. Dopo la Lib­er­azione– che è stato il fatto più grande della nos­tra sto­ria, per­ché com­pi­uto da tutto il popolo antifascista e non da una élite come il risorg­i­mento– non avrebbe asso­lu­ta­mente essere per­me­ssa la rior­ga­niz­zazione legale del fas­cismo, la nascita del MSI.…..Se io potessi fare qualche cosa “con­tro” la farei subito, qualunque cosa fosse, per­ché non è giusto, non solo verso di noi che abbi­amo com­bat­tuto, ma anche verso il popolo ital­iano e verso quelli che sono morti nella lotta. Sono man­cate le riforme che dove­vano agevolare la grande massa popo­lare, le agevolazioni sono sem­pre state per i medes­imi, per i ric­chi, quelli che oggi por­tano la cam­i­cia beige o azzurra, ma che è sem­pre la cam­i­cia nera di ieri.

Per noi par­ti­giani, dopo la Lib­er­azione, trovare un posto di lavoro era un sogno. Quando sono tor­nata a Domo­d­os­sola, nel ’45, abbi­amo trovato la casa com­ple­ta­mente svaligiata. .…

La gente, i pic­coli borgh­esi, ci con­sid­er­a­vano male. Erano d apren­dere a schiaffi.…

Mi ricordo il primo anniver­sari della Lib­er­azione, il 25 aprile del ’46, mi son detta: “e’ la nos­tra festa”. Sono andata davanti al munici­pio col faz­zo­letto rosso al collo. Certa gente mi sghig­naz­zava in fac­cia. Qualche voce diceva: “Va a fa’ la calzetta!”. Io avevo ancora le armi in casa, nascoste in can­tina. Avevo una voglia di ven­di­carmi, di pren­dere un mitra e poi di andare là a dire: “Adesso vi fac­cio la calza io a voi!”.

Le armi me le hanno trovate nel ’47. Per la fame mio fratello ha ven­duto una pis­tola. Si vede che chi l’ha com­prata era un infor­ma­tore della polizia. Sono venuti, hanno perquisito la casa, hanno trovato le armi nascoste in can­tina. Allora un guaio! In quel momento m’è gio­vato non essere iscritta al par­tito comu­nista. Vol­e­vano sapere dov’erano i depositi. Li ho man­dati in mon­tagna a scav­are un po’ a vuoto.…Tutti ave­vano le armi in casa, per­ché pen­savamo di doverle ancora adop­er­are. Non ave­vamo visto, con la Lib­er­azione, quello che ave­vamo sog­nato tanto in montagna.

.….Sec­ondo i sig­norotti di Domo­d­os­sola bisog­nava quasi ver­gog­narsi di essere stati par­ti­giani. Ma quel che mi faceva rab­bia era vedere che anche quei par­titi che avreb­bero dovuto pren­dere delle posizioni forti, di difesa, non le pren­de­vano. I par­ti­giani veni­vano spesso fal­sa­mente accusati di delitti comuni e bisog­nava che scap­passero per non subire con­danne durissime.…Tutti gli imp­ie­gati con­ser­va­vano il loro posto, anche se erano stati dei fas­cis­toni, e i par­ti­giani erano dis­oc­cu­pati. È statp il peri­odo più buio della mia vita, il dopolib­er­azione. Alcuni si sono estra­niati pro­prio allora, per­ché dis­gus­tati di tanta oersecuzione

.…Anche il dis­corso dell’emancipazione fem­minile in questi trent’anni non è andato molto avanti, nonos­tante tutto, per­ché l’uomo non accetta. Le donne queste cose le sentono, ma poi tro­vi­amo l’ostacolo più grande nell’uomo, che non è preparato. Nell’uomo politi­ciz­zato e non politi­ciz­zato. Di sin­is­tra e non di sinistra.…Faccio un esem­pio but­tato lì. Nella mia attiv­ità polit­ica, per riso­vere un prob­lema, mi viene un’idea e la esp­rimo. Non è rac­colta. Dopo quindici giorni salta fuori un uomo del mio stesso gruppo che mi espone la mia stessa idea. Mi è cap­i­tato più di una volta. È non voler accettare un rap­porto par­i­tario. L’uomo fa fat­ica ad abban­donare la posizione di priv­i­le­gio che ha. Gli pare di diventare meno uomo. è stato abit­u­ato per troppo tempo ad avere la donna come somaro…E non è vero che non sap­pi­amo fare quello che fanno loro!

.…..Nella lotta di lib­er­azione non sem­pre la donna era accettata come lo sono stata io. Anche nelle for­mazioni dei garibal­dini la donna ser­viva per lavare, ram­men­dare, al mas­simo fare la staffetta. E rischi­ava più dell’uomo, per­ché le staffette rischi­a­vano moltissimo: io avevo un fucile per difen­d­ermi, ma la staffetta doveva pas­sare tutte le file, andare in mezzo al nemico, dis­ar­mata, e fare quello che faceva. E se era presa.…

Sono tan­tis­sime le donne che hanno parte­ci­pato alla Resistenza e non hanno avuto il riconoscimento.….Anche a me non hanno riconosci­uto il peri­odo di Bolzano.

.…Ricordo che negli inter­roga­tori che ho rice­vuto a Bolzano da parte dei nazisti mi hanno chia­mata per la prima volta “ribelle”. Ebbene io mi sono detta: “Io sarò sem­pre ribelle, è una parola che mi piace, lo sarò sempre…”