preferisco essere una donna permale
domenica 30 gennaio 2011 alle 06:18 - scritto da: gilda
nella categoria: i nostri sì e i nostri no

Non si sa pro­prio che pen­sare davanti a questi appelli  di donne che si sentono molto per bene, che ci invi­tano a scen­dere in piazza come “madri e figlie” con­tro “il degrado e la deriva etica”, invi­tan­doci ad attac­carci sul petto la nos­tra carta d’identità con su scritto: “stu­dentessa, casalinga, gior­nal­ista, operaia.….” (ma se gli si desse foco alle carte didirindindà? tutt@ clandestin@ in un colpo solo…), tutte insieme appas­sion­ata­mente, insieme alle kapò di regime, con­tro le male­fim­mine, in nome delle vere donne itagliane, sicu­ra­mente con la benedi­zione di san­taro­manachiesa . Davvero si vogliono dis­tinguere le donne per­bene da quelle permale? Le donne oneste dalle mon­dane? Le madri di famiglia, le oneste lavo­ra­trici dalle donne “leggere”?

A me , che non ho neanche una posizione pre­cisa rispetto a ‘sta sto­ria della pros­ti­tuzione, con­ser­vando dubbi di vario tipo, cer­cando di capire (amo i miei dubbi, sono pro­lifici, evi­tano di rinchi­ud­erti nel pro­prio pen­siero, ti invi­tano ad ascoltare la tua sto­ria e le sto­rie degli/delle altr@, a non trin­cer­arti in una iden­tità inamovi­bile) non viene neanche in mente di met­termi su un palco a giu­di­care dall’alto della mia pretesa “coscienza fem­min­ista” la “moral­ità” di altre donne. Io non sono una donna per bene, neanche tanto “eman­ci­pata”, mi vendo sicu­ra­mente anch’io in qualche modo, ho i miei prob­lemi e le mie con­trad­dizioni come tutt@, e l’unica cosa che mi vien voglia di dire davanti a un appello del genere è: siamo tutte puttane.

Riguardo a questo mi è piaci­uto questo post della amata Zia Jo, che riporto qui:

PASSATO/PRESENTE E RITORNO

Emma siede davanti allo scrit­toio da un po’ di tempo, spalle curve, troppo curve. Cerca di rad­driz­zare un po’ la schiena stanca dalla pos­tura: niente. Non le riesce pro­prio di scri­vere nulla questa volta. Non sono di certo le argo­men­tazioni a man­carle, già espresse in parte nel sag­gio “La tratta delle donne”, né tan­tomeno è il tema della pros­ti­tuzione a non riscuotere il suo inter­esse: ha pas­sato una vita ad occu­parsi dell’emancipazione e della lib­er­azione del genere fem­minile, una volta è stata perfino arrestata men­tre inseg­nava ad alcune donne l’uso di metodi con­trac­cettivi. Sono le facce che sa già di vedere alla con­ferenza, le espres­sioni che sa di ritrovare in quei volti a causarle un blocco cre­ativo. Emma è stanca di quei visi che subisce da una vita, attoniti, com­punti, con­cen­trati ma soprat­tutto scon­volti men­tre annuis­cono fin­ta­mente sotto baffi e barba o nascon­dono gesti di stizza sotto pas­trani, scia­rpe e cap­pellini. Com­pagni e com­pagne avvezzi a qualunque tipo di ragion­a­mento, incluso l’utilizzo della vio­lenza riv­o­luzionaria, ma total­mente refrat­tari alla rigen­er­azione inte­ri­ore, al rigetto di quei pregiudizi con­siderati da tutti di sec­on­daria impor­tanza rispetto alla lotta per la lib­ertà. Emma sor­ride, le è appena tor­nato in mente il vec­chio Kropotkin quella volta in cui si sono incon­trati, prima di Kro­n­stadt, prima dell’orrore: “Vale la pena perdere tanto tempo a dis­cutere di sesso?” le aveva detto.

“Dove devo fir­mare? Firmo sì, certo che firmo, è ora di dire basta, basta, basta. Basta con queste mignotte! Stanno rov­inando quel poco che abbi­amo con­quis­tato: in galera devono andare, tutte quante! E che mica ci devono andare solo quelle di strada che bru­ciano i cop­er­toni, devono finire al gab­bio pure le esport, le escort, come si chia­mano loro. Questo schifo deve finire, sono vera­mente nau­se­ata, quindi firmo e scendo pure in piazza come ha detto il tig­gitrè. Come? Legge Tarzia? Fem­mini­cidi? No, non so niente di queste cose politiche, non mi inter­es­sano affatto. Qua bisogna dare una rip­ulita di tutte queste zoc­cole che poi le guarda anche mio mar­ito in tv. Sì, fac­cio la casalinga. No, certo che non sono ret­ribuita, di pen­sione poi pren­derò la minima…ma che c’entra tutto questo?”

Emma sa che la lib­er­azione passa attra­verso l’esercizio libero della pro­pria ses­su­al­ità per­chè la schi­av­itù sta purtroppo nell’identificazione tra la pros­ti­tuta e il mestiere che esercita, in quello sta­tus perenne e immod­i­fi­ca­bile che plasma la vita di chi si pros­ti­tu­isce, marchi­an­dola in modo indelebile in quelle sudi­cie carte di riconosci­mento che la bol­lano come “donna pub­blica”. Emma è cosciente che la proibizione del mere­tri­cio sia non solo un eser­cizio inutile ma anche dan­noso, sa che la pros­ti­tuzione è dovuta a cause soprat­tutto eco­nomiche e sociali, all’inferiorità della donna rispetto all’uomo, spesso por­tata a vendere il pro­prio corpo a causa della man­canza di mezzi di sus­sis­tenza, così come nell’istituzione del mat­ri­mo­nio, a cui le donne che non ven­gono da situ­azioni sociali di forte crit­ic­ità sono des­ti­nate, una pros­ti­tuzione legal­iz­zata sotto il con­trollo di uno stesso uomo da cui dipen­dono a vita. Emma già immag­ina quelle facce esi­birsi in una serie di rughe da mostrare e lab­bra sec­che da bagnare e soprac­ciglia da aggrottare men­tre paragonerà la pros­ti­tuzione al matrimonio…

“Sì, firmerò anch’io e se il caso lo richiede, scen­derò con le donne in piazza. Una volta abbat­tuto Berlus­coni, il prob­lema, almeno per le donne, sarà risolto. Poi ci penser­emo noi, mag­ari facendo un po’ di quote rosa in polit­ica a ridare dig­nità e rap­p­re­sen­tanza alle donne. Io, vede, ho moglie e figlia e queste cose non mi vanno pro­prio giù. Mia moglie lavora in casa, prima faceva la seg­re­taria in uno stu­dio legale ma quando è andata in mater­nità è stata licen­zi­ata; mia figlia invece sta ancora al liceo. Ecco, io non voglio che questi mod­elli malati di fem­minil­ità le vengano trasmessi, anche se non c’è nulla di male, per car­ità, nell’essere delle belle ragazze e voler mostrare il pro­prio corpo in tv. Ma mia figlia no, questo genere di cose non le deve fare, preferisco che si prenda una bella lau­rea e vada a lavo­rare ones­ta­mente. No guardi, non mi venga a dire che la pros­ti­tuzione è una cosa e il sis­tema che per­me­tte a chi si pros­ti­tu­isce di fare car­ri­era un altro, per me fa tutto parte dello stesso schifo. Adesso ci si met­tono pure le minorenni. Minorenni troie. Sono anche loro che provo­cano, poi quando le stuprano…e non lo dico per­chè sono maschilista, anzi, a me piac­ciono le belle ragazze. Quella Ruby ad esem­pio mi attira un sacco. Detto tra noi: vedesse che gran culo ha quella lì..”

Niente, non le riesce pro­prio di scri­vere nulla, Emma assume involon­tari­a­mente quel cip­iglio severo che le è pro­prio e che fa tanto rid­ere Sasha. “Chissà cosa sta facendo..” No, meglio non seguire questo filo di pen­sieri, Emma è una donna gelosa e ne è pien­amente con­sapev­ole, meglio pen­sare a qualcos’altro, a qual­cun altro. Il suo sguardo vaga verso il ritratto di Mary Woll­stonecraft, la donna in cui rivede se stessa nella ribel­lione ad ogni tipo di costrizione autori­taria e nella con­tinua sfida al con­formismo. E quella volta in cui, almeno dieci anni prima, nel 1911, le aveva ded­i­cato una con­ferenza, le facce degli ascolta­tori si erano trasfor­mate vis­i­bil­mente da scon­volte in inor­ridite: tutti pen­sa­vano che su Mary Woll­stonecraft, su quella donna scan­dalosa, con­sid­er­ata da tutti una sguald­rina fosse calato per sem­pre il sipario e l’oblio . Invece per Emma la figura di Mary è stata la chi­ave di volta verso la crit­ica al puri­tanes­imo, alla moral­ità comune, all’ipocrisia anche tra gli stessi com­pagni e com­pagne. La sente sorella, affine al suo spir­ito ribelle, incred­i­bil­mente vic­ina. In lei si rispec­chia e si riconosce.

“Ho deciso di fir­mare anch’io per­chè sono stanca di vedere che la dig­nità della donna è calpes­tata da queste zoc­cole che infes­tano le tele­vi­sioni e che fanno car­ri­era vendendo il loro corpo. Devono morire! Devono sapere cos’è la fat­ica, devono imparare cos’è il sac­ri­fi­cio e farsi il mazzo come ho fatto io in tutti questi anni di stu­dio sui quali ho speso tutte le mie energie. Ho anche un mas­ter, sa? Come vede, io ho scelto di non pie­garmi a certe logiche di sfrut­ta­mento. Come dice? Sì lavoro nel pri­vato. Sì sono pre­caria. Sì, lo so che guadagno meno dei miei col­leghi maschi. Ma con la crisi che c’è sono stata for­tu­nata a trovare almeno questo lavoro. Non sono mica come quelle lì, io, e sono felice di scen­dere in piazza e poter gri­dare final­mente a voce alta che non tutte le donne sono in vendita!”

Emma sis­tema gli occhiali sul naso, impugna la penna e com­in­cia a scrivere.