veronica franco
sabato 05 marzo 2011 alle 02:06 - scritto da: gilda
nella categoria: voci diverse
 vai all'indice  

VERONICA FRANCO (1546–1591)

Nata a Venezia nel 1546, Veron­ica Franco fu avvi­ata gio­vanis­sima alla pro­fes­sione di cor­ti­giana dalla madre, che aveva eserci­tato la stessa attività.

Donna colta e appas­sion­ata, la sua fama di intel­let­tuale fu pari a quella di cor­ti­giana: nel 1580, ad esem­pio, pub­blicò una rac­colta di cinquanta Let­tere, che Mon­taigne, durante il suo viag­gio in Italia, ricevette in dono.

Nel 1580 fu giu­di­cata dal tri­bunale del Santo Uffizio per un’accusa di stre­gone­ria, dalla quale si difese abil­mente, rius­cendo ad ottenere l’assoluzione.

La sua for­tuna let­ter­aria con­tinuò anche dopo la morte, avvenuta nel 1591 all’età di 45 anni. Le sue poe­sie furono incluse, nei sec­oli suc­ces­sivi, in diverse rac­colte di versi e nel Nove­cento Benedetto Croce fu artefice di una vera e pro­pria riscop­erta crit­ica della poet­essa veneziana.

Io la amo per i forti sen­ti­menti, la pas­sione, la fierezza, lo spir­ito indomito

Una buona med­i­c­ina dopo delu­sioni amorose.

Terze Rime

Spogli­ata, e sola, e incauta mi coglieste

Debil d’animo, e in armi non aperta,

e robusto, e armato m’offendeste

………………………

Pur final­mente s’è stag­nato il pianto

E quella piaga aperta s’è saldata,

che dall’un mi pas­sava all’altro canto

…………………….

E in man col ferro a eserci­tarmi appresi

Tanto ch’aver le donne agil nature

Non men che l’uomo, in armeg­giando intesi

…………………….

Così nei casi avversi i savi fanno

Che’l lor utile espresso al fin cavare

Da quel che nuoce da prin­ci­pio, sanno.

E così ancor le med­i­cine amare

Ren­don salute; e l’ferro e l’fuoco s’usa

Le putre­fatte piaghe a ben curare:

Benché non serve a voi questa per scusa

che m’offendeste, non già per giovarmi,

e l’fatto stesso parla, e sì v’accusa.

……………………………………………….

Quando armate, et esperte ancor siam noi

Ren­der buon conto a cias­cun uom potemo

Che mani, e piedi, e core avem qual voi.

Sonetti

Ite, pen­sier fal­laci, e vana speme,

ciechi, ingordi desir, acerbe voglie,

ite sospir ardenti, amare doglie,

com­pagni sem­pre alle mie eterne pene.

Ite mem­o­rie dolci, aspre catene

Al cor, che alfin da voi pur si discioglie,

e’l fren della ragion tutto raccoglie,

smar­rito un tempo, e in lib­ertà pur viene.

E tu, pura alma, in tanti affanni involta,

sle­gati ormai, e al tuo signor divino

leg­giadra­mente i tuoi pen­sier rivolta;

sforza ani­mosa­mente il tuo destino,

e i lacci rompi, e poi leg­giadra e sciolta

drizza i tuoi passi a più sicur cammino.




Invia un commento

(richiesto)

(richiesto)