Genova 2001 — 2011
mercoledì 20 luglio 2011 alle 04:37 - scritto da: dnnl
nella categoria: miscela

da: MicroMega

Gen­ova 2001 — 2011

Mas­simo Car­lotto | A Carlo Giu­liani, per il nos­tro domani

Pro­poni­amo il testo scritto da Mas­simo Car­lotto per l’antologia “Per sem­pre ragazzo. Rac­conti e poe­sie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giu­liani” (a cura di Paola Stac­ci­oli, Marco Tro­pea edi­tore). Tutto il rica­vato del libro sarà devo­luto al Comi­tato Piazza Carlo Giu­liani Onlus.

di Mas­simo Car­lotto

Carlo caro,
non so davvero come iniziare questa let­tera che sento il dovere di scriverti. Il prob­lema è che mi piac­erebbe trasmet­terti la certezza della nos­tra lotta, l’orgoglio delle nos­tre bandiere, ras­si­cu­rarti sulla vit­to­ria, con­di­videre con te la seren­ità del futuro. Mi piac­erebbe. In realtà mi accon­tenterei di lim­i­tarmi alla cronaca dei passi del nos­tro cam­mino verso la ver­ità e la gius­tizia sul tuo omi­cidio, e sulla mat­tanza che trasformò Gen­ova in una città dolente e mar­to­ri­ata, e di darti buone notizie sulle migli­aia che subirono la vio­lenza dei pre­to­ri­ani o che inalarono i loro gas.

Mi accon­tenterei ma non posso. La ver­ità può essere una realtà dolorosa ma non me la sento di men­tirti. Ti devo troppo per osare solo pen­sarlo.
Potrei rac­con­tarti che, alla fine, hanno dovuto riconoscere che i pri­gion­ieri di Bolzaneto ven­nero tor­tu­rati ma gli sbirri non sono cam­biati. Noi ci riem­piamo la bocca di parole come riforma e democrazia ma i ragazzi tal­volta muoiono per le botte di donne e uomini in divisa. Aldrovandi, Cuc­chi…
«Tutto a posto, Carlo caro, in piazza non pic­chi­ano più…» Be’, non è vero. Stu­denti, operai, pre­cari, popo­lazioni in riv­olta per impedire che le loro terre diventino dis­cariche, migranti rinchiusi in galere trav­es­tite… la lista è lunga e le man­ganel­late non si negano a nes­suno.
Che ti hanno ammaz­zato altre cento volte lo sai già. Men­zogne come proi­et­tili, sen­tenze che travol­gono la ver­ità con la potenza di un fuoristrada. Si sono sco­mo­dati in tanti a infan­garti, a opporre la “scienza” all’evidenza.

Non ti pos­sono can­cel­lare dalla memo­ria di questo Paese ma sono con­vinti di mod­i­fi­carla, di addo­mes­ti­carla. Si sbagliano, ma che fat­ica! Dieci anni a rin­tuz­zare parola per parola.
Chi ti ha assas­si­nato è una figura trag­ica. Una delle tante usa e getta di questa soci­età che divora tutto e tutti. Ma quello che oggi fac­cio fat­ica a rac­con­tarti è che i pre­to­ri­ani e i loro capi hanno fatto car­ri­era. Che le foto che li ritrag­gono vit­to­riosi, nelle loro buffe divise da guer­ri­eri dei fumetti, rester­anno appese alle pareti dei luoghi infami dove la memo­ria è solo ver­gogna.
Il fatto è che i politici che tra­marono, ordi­narono e depis­tarono sono sem­pre gli stessi e che l’uomo forte del gov­erno, che agiva da gen­erale dalla caserma dei cara­binieri, oggi è diven­tato un indis­pens­abile difen­sore della democrazia. Uno sta­tista. No, Carlo caro, non sto scherzando. Siamo stati tra­diti da tutti col­oro che hanno finto sdegno ma si sono ben guar­dati dall’imporre la com­mis­sione d’inchiesta su quanto accadde a Gen­ova in quei giorni di luglio.

Hanno prefer­ito con­tin­uare a recitare nell’osceno spet­ta­colo che è la polit­ica in questa Italia. Davvero non so come spie­garti che, dopo la tua ucci­sione, il Paese non è miglio­rato ma sta pre­cip­i­tando nel bara­tro. Che sono aumen­tate le morti sul lavoro, che il mare di fronte alle nos­tre coste è diven­tato un cimitero di dis­perati, che stanno ammaz­zando il futuro di tanti gio­vani come te. Scusa se fingo di non saperti morto ma tu sei “Carlo Giu­liani ragazzo” e ho bisogno di ricor­darti così per non sen­tire il peso della scon­fitta. E della ver­gogna. A dieci anni dal tuo omi­cidio è cocente, Carlo. Lo sai, ci siamo bat­tuti e ci bat­ter­emo. La mon­tagna di men­zogne con cui pen­sano di aneste­tiz­zare la ferita sem­pre aperta di quei giorni non serve a nulla, il sangue con­tinua a colare dai bordi e a rac­con­tare che ben altro accadde.

Ma come fac­cio a rac­con­tarti che siamo pochi, che i più non sanno o hanno dimen­ti­cato o hanno cre­duto alle fal­sità, e che per il potere e per l’opposizione, almeno quella che siede sui banchi di legno lucido e si fre­gia di titoli, il dis­corso è chiuso.
Come posso procu­rarti un dolore sim­ile che poi è il nos­tro, di tutti col­oro che non hanno mai smesso, e mai lo faranno, di gri­dare il tuo nome con fierezza per ricor­dare che il tuo bisogno di gius­tizia è il nos­tro per­ché quello che è accaduto a Gen­ova non si ripeta più?
Come posso rac­con­tarti che fac­ciamo fat­ica anche a difend­ere la Resistenza e che chi ci gov­erna non la riconosce più come valore?

Pensa che nella mia terra l’assessore regionale all’istruzione parte­cipa com­mossa alle com­mem­o­razioni dei caduti della repub­blica sociale.
Pensa che oggi le mafie sono più potenti di ieri e l’intreccio con la polit­ica, la finanza e gli affari è diven­tato sis­tema.
Come posso rac­con­tarti che siamo divisi come mai lo siamo stati?
Che ci ritro­vi­amo a difend­ere la tua memo­ria in un Paese che non riconos­ci­amo più? Che è diven­tato più brutto, per certi versi insopportabile.

Arrivo dall’Argentina dove ho imparato dalle madri e dalle nonne di Plaza de Mayo che l’unica lotta che si perde è quella che si abban­dona. A trent’anni dalla fine della dit­tatura sono ancora un incubo per gli assas­sini dei loro figli. E questa è l’unica strada che pos­si­amo per­cor­rere per difend­ere la tua e la nos­tra dig­nità. E lo faremo. Questo te lo posso promet­tere. Mi ven­gono in mente mille frasi ebbre di certezza della vit­to­ria o di rab­bia per chi­ud­ere queste poche righe ma mi sen­tirei ridi­colo.
Preferisco ricor­dare una can­zone che, par­lando di altri ragazzi ammaz­zati per strada, dice che sono morti sui vent’anni per il nos­tro domani. È quello che è accaduto anche a te.
Con l’affetto di questi dieci anni.

copy 2011 Marco tro­pea Edi­tore s.r.l.

(19 luglio 2011)