CARLA CAPPONI, 1918–2000
Carla Capponi nacque a Roma da famiglia piccolo borghese e antifascista. Studentessa di giurisprudenza, dopo l’8 settembre non ha un attimo di esitazione e inizia a lavorare attivamente per la Resistenza. Durante la difesa di Roma si prodiga ad aiutare i combattenti, riuscendo a salvare un carrista a Porta San Paolo. Poi, il lavoro con le organizzazioni femminili della Resistenza e l’ufficio informazioni del Partito comunista.
Presto decide di entrare in clandestinità. Insieme a Marisa Musu, Lucia Ottobrini e Maria Teresa Regard, è una delle quattro ragazze dei Gap romani, i Gruppi di azione patriottica. Il suo ruolo non è subalterno, diviene vicecomandante di una formazione, partecipa in prima persona, armi in pugno, a numerose azioni contro fascisti e tedeschi.
Ha partecipato anche all’attacco di Via Rasella del 23 marzo 1944 contro un contingente militare tedesco, azione che costituì il pretesto per la terribile strage delle Fosse Ardeatine. Individuata dalla polizia nazista, abbandonò Roma diventando vicecomandante di una unità partigiana operante tra Valmonte, Zagarolo e Palestrina.
Dopo la Liberazione è stata parlamentare del PCI .
Pochi mesi prima della sua morte ha pubblicato un bel libro di memorie: Con cuore di donna. Ci racconta di aver voluto consegnarci la sua storia per non lasciare la memoria “all’arbitrio del nemico di allora”
Così Carla racconta dell’attentato di Via Rasella nel suo libro:
“Sfilavano baldanzosi, ed erano gli stessi militi che avevano sparato contro le donne in sommossa per l’assassinio di Teresa, che si erano macchiati del delitto di un’altra donna sui gradini della chiesa a Piazza dei Quiriti. Erano gli allievi degli assassini di Don Minzoni, di Gobetti, dei fratelli Rosselli e di migliaia di contadini, di sindacalisti e operai e di donne. Lì, su quella via, loro, che erano più di un centinaio e armati, furono attaccati da quattro ragazzi e una ragazza, che li affrontarono e li fecero fuggire.….…
.….…Avevo bisogno di ritrovare tutte le ragioni che mi portavano a compiere quell’attacco. Ripensai ai bombardamenti di san Lorenzo, a quella guerra ingiusta e terribile, alle voci dei bambini del brefotrofio imprigionati dal crollo, allo strazio delle distruzioni che si vedevano ovunque e di cui avevamo notizia ogni giorno, ai nostri compagni fucilati, torturati in Via Tasso, a tutti i deportati, agli ebrei nei lager, a tutti i paesi oltralpe sconvolti dalla devastazione. A quanti tra i miei amici erano già morti: sul fronte russo, in Grecia, in Iugoslavia…malgrado questi pensieri il mio animo era distante e nel pensare a quei soldati non riuscivo a provare odio. I miei sentimenti erano come raggelati, sospesi, come se non potessi trovare tutta intera la ragione della mia scelta…ma a poco a poco mi convinci che non preparavo un agguato a innocenti…recuperai la visione esatta della realtà che stavo vivendo: per tutti coloro che avevano sofferto ed erano morti ingiustamente perseguitati, per loro dovevo battermi. Consideravo che in quello scontro, malgrado la potenza micidiale della bomba, ci misuravamo in modo impari: loro, centocinquantasei uomini superarmati„ contro undici ragazzi con una pistola in tasca e quattro bombe a mano artigianali, delle cui esplosioni ignoravano l’esito. Non solo, ma noi operavamo al di fuori di ogni legge, di ogni diritto, anche quello della pietà. Eravamo “Banditen” e non patrioti…eravamo giovani che nessuna legge difendeva e che chiunque avrebbe potuto ammazzare o consegnare al nemico per riscuotere la taglia.”
ps) Ho voluto ricordare questa donna oggi perchè per me l’antifascismo resta un punto fermo, un confine invalicabile, una pregiudiziale. Anche se di questi tempi per questo ti danno di “bandita”
