prezzemolo davanti ai consultori fiorentini: per ricordare che l’aborto clandestino uccide
sabato 31 marzo 2012 alle 08:02 - scritto da: gilda
nella categoria: MediaAzioni, autodeterminazione della salute, i nostri sì e i nostri no, miscela

Ormai l’attacco alla lib­ertà delle donne è dichiarato e dif­fuso, è chiaro che le donne devono tornare chiuse den­tro le case, a pro­cre­are e ad occu­parsi dei lavori di cura, per­chè questo è il loro “des­tino bio­logico”. E’ chiaro che non devono avere più potere di deci­sione sui loro corpi. Il mer­cato non ne ha più bisogno, se non per il loro lavoro gra­tu­ito nelle case. Per questo bisogna ricac­cia­rle indi­etro. Così, come sem­pre, l’alleanza con la Chiesa è asso­lu­ta­mente nat­u­rale. Non a caso nel “gov­erno tec­nico” il min­istro della san­ità è legato al Vat­i­cano. A com­pletare la santa alleanza chiara­mente non pote­vano man­care i fascisti. La sto­ria si ripete sem­pre, e non è vero che la prima volta è una trage­dia e la sec­onda una farsa: la ripe­tizione è mor­tale, sem­pre più giù nel baratro.

Così assis­ti­amo ad un attacco senza prece­denti alla legge 194 sull’interruzione volon­taria della gravidanza.

Ma non si cerca di abolirla aper­ta­mente, sem­plice­mente la si rende inap­plic­a­bile, si cosparge il per­corso di osta­coli, si fa di tutto per far sen­tire le donne che fanno questa scelta delle “assas­sine”: si prop­ugna la pre­senza di asso­ci­azioni cat­toliche den­tro i con­sul­tori, come si tenta di fare in Lazio con la legge Tarzia e come è accaduto in Piemonte con la delib­era Cota,  l’obiezione di coscienza viene pro­posta addirit­tura per i far­ma­cisti, si osta­cola l’uso della pil­lola abortiva e della con­trac­cezione di emer­genza, si isti­tu­is­cono di cimi­teri per gli embri­oni come è accaduto a Roma o a Prato, come ci si appresta a fare a Firenze ( a questo prropos­ito ricordo che la cosa sarà dis­cussa in con­siglio comu­nale lunedì 2 aprile e che Libere tutte dà  appun­ta­mento all’entrata di palazzo vec­chio di via dei gondi alle ore 15)

Ieri mat­tina (forse in risposta all’azione dei fascisti di qualche giorno fa) sono apparsi davanti ai con­sul­tori fioren­tini dei mazzi di prezze­molo, a ricor­dare che di aborto clan­des­tino le donne mori­vano. Accanto al prezze­molo questo volan­tino (e gra­zie alla grande ragazza soli­taria che ha fatto questo!!!):

L’ABORTO NON È UN DELITTO

MA UN DIRITTO!

L’aborto senza le adeguate con­dizioni di sicurezza può uccidere:

una donna su sette muore

per­ché l’interruzione della gravi­danza non è stata con­dotta da per­son­ale medico preparato e in con­dizioni igien­iche adeguate.

E’ uno dei dati con­tenuti nel lungo arti­colo pub­bli­cato da una delle prin­ci­pali riv­iste sci­en­ti­fiche mon­di­ale, Lancet, che ha esam­i­nato i dati rac­colti dall’Organizzazione mon­di­ale della san­ità, in tutto il mondo, su un arco di tredici anni, dal 1995 al 2008.

Tra cinque anni non si potrà più abortire

PERCHÈ I POCHI MEDICI NON OBIETTORI SARANNO ANDATI IN PENSIONE

E’ la denun­cia della Laiga (Lib­era asso­ci­azione ital­iana gine­cologi per l’applicazione della 194) nel segno di un Paese  sem­pre più dif­fi­cile per le donne e per l’applicazione dei diritti umani.

Già oggi è qua­si­im­pos­si­bile trovare un medico non obi­et­tore in una soci­età che non assi­cura alle donne una ses­su­al­ità libera, a tal punto che stanno istituendo i cimi­teri per i feti  e molte donne sono ritor­nate a prati­care la clandestinità.

Si sti­mano 20.000 casi all’anno.

e a propos­ito di obiezione di coscienza qui sotto un’intervista a Ste­fano Rodotà   che mi parve interessante:

Inter­vista a Ste­fano Rodotà di Cinzia Sci­uto, da “D” di Repub­blica, 3 dicem­bre 2011

«Oggi, a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravi­danza, la pos­si­bil­ità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe sem­plice­mente abolita». Non usa mezzi ter­mini Ste­fano Rodotà, pro­fes­sore emer­ito di Diritto civile all’Università La Sapienza di Roma ed ex pres­i­dente dell’Autorità garante per la pro­tezione dei dati personali.

Pro­fes­sore, ma si può obbli­gare un medico ad agire con­tro la pro­pria coscienza?

«Quando la legge è stata approvata la clau­sola dell’obiezione di coscienza era ragionev­ole e gius­ti­fi­cata: i medici ave­vano iniziato la loro car­ri­era quando l’aborto era addirit­tura un reato ed era com­pren­si­bile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. La legge 194 ha sag­gia­mente rag­giunto un dif­fi­cile equi­lib­rio tra il diritto dei medici a non agire con­tro la pro­pria coscienza e quello della donna a inter­rompere la gravi­danza. Oggi però chi decide di fare il gine­col­ogo sa che l’interruzione di gravi­danza è un diritto sancito dalla legge, che rien­tra nei suoi obb­lighi pro­fes­sion­ali e non è più ragionev­ole prevedere una clau­sola per sottrarvisi».

Ma ritiene che una tale mod­i­fica sia conc­re­ta­mente fattibile?

«Temo di no, in questi anni abbi­amo assisi­tito a una gen­erale stig­ma­tiz­zazione delle donne che abor­tis­cono e si sono fatti ten­ta­tivi leg­isla­tivi – penso alla pro­posta di legge regionale del Lazio di mod­i­fica dei con­sul­tori – che vanno nella direzione opposta. Ma per garan­tire il diritto delle donne all’interruzione di gravi­danza, non è nec­es­sario cam­biare la legge, basta applicarla.

In che senso?

«Già oggi gli ospedali non pos­sono trin­cer­arsi dietro la scusa di non avere medici disponi­bili a effet­tuare le inter­ruzioni di gravi­danza per­ché questo è un servizio che deve obbli­ga­to­ri­a­mente essere for­nito, come pre­visto dall’articolo 9 della legge 194, e le strut­ture che non lo garan­tis­cono pos­sono essere con­sid­er­ate respon­s­abili sotto il pro­filo civile e penale».

Può essere suf­fi­ciente ricor­rere a non obi­et­tori ‘a get­tone’, come già fanno alcuni ospedali?

«Ritengo di no, per due ragioni: innanz­i­tutto per­ché per gli aborti ter­apeu­tici è nec­es­sario avere per­son­ale strut­turato e in sec­ondo luogo per­ché non devono crearsi medici di serie A che fanno tutto il resto e medici di serie B che fanno solo aborti, con il ris­chio di una dequal­i­fi­cazione pro­fes­sion­ale. Gli ospedali pos­sono, e devono, invece fare dei bandi per l’assunzione di per­son­ale strut­turato non obiettore».

Ma non si con­fig­ur­erebbe come un trat­ta­mento dis­crim­i­na­to­rio nei con­fronti degli obiettori?

«No, per­ché si trat­terebbe di adem­piere a un obbligo nor­ma­tivo a cui gli ospedali non pos­sono sot­trarsi. E si tratta di un obbligo della mas­sima impor­tanza. In ques­tione infatti non c’è solo il diritto all’interruzione di gravi­danza, ma il diritto alla salute della donna, che è un diritto fon­da­men­tale della per­sona e che non è mera assenza di malat­tia, ma benessere fisico, psichico e sociale. Se una donna che ha deciso di inter­rompere la gravi­danza vive questa scelta in con­dizioni di malessere e di angos­cia per­ché non sa se, quando e in che con­dizioni rius­cirà a inter­romperla, c’è una evi­dente vio­lazione del suo diritto alla salute, che è un diritto fon­da­men­tale della per­sona che non può essere sub­or­di­nato a esi­genze buro­cratiche o a man­canza di personale».

Un diritto che in Italia è sem­pre più dif­fi­cile vedere rispet­tato, tanto che sono sem­pre di più le donne che vanno all’estero.

«I due grandi obi­et­tivi della 194 erano l’eliminazione degli aborti clan­des­tini e il con­trasto al fenom­eno del tur­ismo abortivo, che creava una sorta di ‘cit­tad­inza cen­si­taria’, per cui le donne che ave­vano i soldi sali­vano su su char­ter, anda­vano ad Ams­ter­dam o a Lon­dra e face­vano l’interruzione di gravi­danza senza cor­rere il ris­chio di morire. Oggi purtroppo si stanno ricostru­endo i mec­ca­n­ismi cen­si­tari e selet­tivi che con la 194 si vol­e­vano combattere».