Hannah Arendt
lunedì 28 dicembre 2009 alle 02:04 - scritto da: lilli
nella categoria: voci diverse
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titolo orig­i­nale immag­ine: Rue Meurt dArt — Anna Arendt

Nasce ad Han­nover nel 1906 da una famiglia di borgh­e­sia ebraica. I gen­i­tori, sim­pa­tiz­zanti per la socialdemocrazia, hanno idee pro­fon­da­mente laiche, indif­fer­enti alla reli­gione. Anna avrebbe scop­erto la pro­pria ebraic­ità soltanto al momento dell’ingresso a scuola. E soltanto negli anni dell’ascesa del nazismo avrebbe com­in­ci­ato a fre­quentare, pur senza aderirvi, i gruppi sion­isti, e a inter­rog­a­rsi sulle orig­ini dell’antisemitismo. A Parigi, dove si era trasferita ven­tiset­tenne per sfug­gire alle per­se­cuzioni naziste, lavorò per diversi anni in una orga­niz­zazione ebraica che provvedeva all’invio in Palestina dei bam­bini ebrei delle famiglie in fuga dalla Ger­ma­nia.
La trage­dia tedesca avrebbe deciso anche della sua car­ri­era intel­let­tuale. Innamoratasi degli studi filosofici dopo aver letto la Crit­ica della ragion pura di Kant, allieva prediletta di Hei­deg­ger – con il quale avrà una sto­ria di amore– e di Jaspers, deciderà agli inizi degli anni trenta di abban­donare – se così si può dire – la pro­fes­sione filosofica per dedi­carsi alla rif­les­sione polit­ica: erano i fatti dram­matici dell’epoca che glielo imponevano. Doveva pur cer­care di rispon­dere alla domanda: “per­ché il nazismo?”, e più tardi: “per­ché i regimi total­i­tari del sec­olo, nazismo e stal­in­ismo?”
Las­ci­ata la Fran­cia occu­pata dai tedeschi, si trasferisce nel 1940 negli Stati Uniti, dove avrebbe vis­suto fino alla morte nel 1975.
Nel 1943 le prime notizie su Auschwitz: “fu come se si aprisse una vor­agine ….. Lag­giù è accaduto qual­cosa che noi non rius­ci­vamo a padroneg­giare”.
Questo non avrebbe imped­ito ad Anna, quasi sola, di essere con­traria alla nascita dello Stato di Israele, in cui vide il ris­chio, ali­men­tato dalla non dis­tinzione di reli­gione e stato, che gli ebrei potessero a loro volta diventare oppres­sori, cre­ando altre vit­time.
Nel 1961 assiste al processo Eich­mann (SS orga­niz­za­tore dello ster­minio degli ebrei) come invi­ata di un set­ti­manale amer­i­cano. Fa scan­dalo negli ambi­enti ebraici israeliani il suo dis­senso dal modo di rap­p­re­sentare l’imputato adot­tato dal pub­blico accusatore, come fosse una belva umana, un mostro. No, Eich­mann è stato un “imp­ie­gato” scrupoloso, perfino meti­coloso nel con­durre il pro­prio “lavoro”, indi­viduo nor­male che per­sonal­mente non avrebbe mai ucciso nes­suno, nem­meno capace di odi­are gli ebrei. L’enormità della sua colpa stava nella ottusità che gli impe­diva di ren­dersi conto della mostru­osità del pro­prio oper­ato. Di qui il titolo che Anna avrebbe dato al libro che rac­coglie gli arti­coli inviati al “New Yorker: “La banal­ità del male”.
Gli altri scritti arend­tiani, Le orig­ini del total­i­tarismo, 1951; Vita Activa, 1958; Sulla riv­o­luzione 1963, tutti ded­i­cati a una teo­ria polit­ica mai scissa dal vis­suto di un sec­olo tremendo, si inter­rogano sulla guerra, sul razz­ismo, sui total­i­tarismi, sul feti­cismo della vio­lenza, sulle illu­sorie scor­ci­a­toie riv­o­luzionarie, sulla con­fu­sione tra forza e potere, sulla mas­si­fi­cazione che rende impos­si­bile l’agire politico.
Infatti, l’agire politico pre­sup­pone per lei la lib­ertà degli indi­vidui e ha il suo scopo nel pro­durre lib­ertà, spazi sem­pre più ampi di lib­ertà. Al con­trario, la sto­ria della moder­nità è per­venuta oggi -, nell’età del pri­mato dell’uomo tec­no­logico men­tre l’umanità è ridotta a dover darsi da fare per assi­cu­rarsi la nuda soprav­vivenza -, a ren­dere impos­si­bile la lib­ertà, spos­ses­sando gli indi­vidui della polit­ica, affi­data alle buro­cra­zie dei ceti politici.

Immag­ine aspi­rata a Flickr con Dnnl Aspi­ra­Me­dia
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