La fanciulla senza mani
martedì 22 dicembre 2009 alle 10:49 - scritto da: dnnl
nella categoria: Donne che corrono con i lupi
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(Europa cen­trale e ori­en­tale)

fanciulla senza mani C’era una volta, qualche giorno fa, un uomo che possedeva ancora una grande pietra che maci­nava il grano e lo riduceva in farina per gli abi­tanti del vil­lag­gio. Erano tempi duri per il mug­naio, al quale non erano rimasti che la macina in un capan­none e un grande melo fior­ito dietro al capannone.

Un giorno, men­tre con la sua accetta d’argento era nel bosco per tagliare i rami sec­chi degli alberi, uno strano vec­chio spuntò di dietro a un albero. “Non c’è alcun bisogno di tor­tu­rarsi spac­cando legna” lo lus­ingò il vec­chio. “Ti farò ricco se solo mi darai quel che si trova dietro al mulino”. Che c’è dietro al mulino se non il melo fior­ito? Pensò il mug­naio, e accettò l’affare pro­posto dal vecchio.

Tra tre anni verrò a pren­dere ciò che è mio”, ridac­chiò lo straniero, e zop­pi­cando sparì nel folto degli alberi.

Il mug­naio incon­trò la moglie sul sen­tiero. Era corsa fuori dalla casa con il grem­bi­ule svolaz­zante e i capelli scompigliati.“Marito, mar­ito mio, ai rin­toc­chi del mez­zo­giorno, nella nos­tra casa è arrivato un orolo­gio più bello sulla parete,

le sedie rus­tiche sono state sos­ti­tu­ite da sedie ricop­erte di vel­luto, la povera dis­pensa è piena di sel­vaggina, casse e bauli tra­boc­cano. Dimmi, ti prego, come ha potuto accadere tutto ciò?” e in quel pre­ciso istante le sue dita si ornarono di anelli d’oro e i suoi capelli si rac­colsero in un cer­chi­etto d’oro.

Ah” esclamò il mug­naio guardando con mer­av­iglia il suo farsetto diven­tato di raso. Sotto i suoi occhi gli zoc­coli dai tac­chi così con­sunti che cam­mi­nava all’indietro, si trasfor­marono in bel­lis­sime calza­ture. “E’ per via di uno straniero” rac­contò affan­nosa­mente “nel bosco ho incon­trato uno strano tipo cop­erto da uno scuro man­tello che mi ha promesso grandi ric­chezze se gli avessi dato quel che sta dietro al mulino. Posso sem­pre piantare un altro melo!”.

Oh, mar­ito mio!” gemette la moglie, e pareva col­pita a morte. “L’uomo dal man­tello nero era il Demo­nio, e dietro al mulino c’è nos­tra figlia a spaz­zare il cor­tile con una ramazza di salice”.

E così i gen­i­tori corsero a casa, e piansero amare lacrime su tutti i loro fron­zoli. La figlia rimase senza mar­i­tarsi per tre anni, e la sua indole era come le prime dolci mele della pri­mav­era. Il giorno in cui il Diavolo venne a pren­derla, fece il bagno e indossò un abito bianco e restò nel cer­chio di gesso che si era dis­eg­nata attorno. Quando il Diavolo volle affer­rarla, una forza invis­i­bile lo scar­aventò oltre il cortile.

Urlò il Diavolo: “Non dovrà mai più fare il bagno, altri­menti non posso avvic­i­n­armi a lei”. I gen­i­tori rimasero ter­ror­iz­zati e così pas­sarono alcune set­ti­mane, e la fan­ci­ulla non fece il bagno finchè i suoi capelli non furono tutti arruf­fati, e le unghie nere, e la pelle gri­gia, e gli abiti anner­iti e induriti dalla spor­cizia. Allora il Diavolo tornò. Ma la fan­ci­ulla si mise a pian­gere e le lacrime scivolarono sul palmo delle mani e lungo le brac­cia. Ora le mani e le brac­cia erano di un bianco puris­simo e pulite. Il Diavolo montò in collera: “Tagli­atele le mani, altri­menti non potrò avvic­i­n­armi a lei”. Il padre era scon­volto dall’orrore. “Vuoi che tagli le mani a mia figlia?”. Il Diavolo urlò: ” Tutto qui morrà, anche tu, tua moglie e tutti i campi all’intorno”.

Il padre fu così ter­ror­iz­zato che ubbidì, e chiedendo per­dono alla figlia prese ad affi­lare la sua accetta dal filo d’argento. La figlia si rassegnò e disse: “Sono tua figlia, fa’ come devi”. E questo fece, e alla fine non si poteva dire se urlava più forte la figlia o il padre. Così ter­minò la vita della fan­ci­ulla come lei l’aveva conosciuta.

Quando il Diavolo tornò la fan­ci­ulla aveva tanto pianto che i tron­coni rimasti erano di nuovo puliti, e il Diavolo venne di nuovo lan­ci­ato oltre il cor­tile quando cercò di affer­rarla. Impre­cando con parole che acce­sero pic­coli incendi nel bosco, scom­parve per sem­pre, poiché non aveva più alcun diritto su di lei.

Il padre aveva ormai cent’anni, e la moglie anche. Il vec­chio padre offrì alla figlia di vivere in un castello di grande bellezza e ric­chezza per tutta la vita, ma la figlia disse che preferiva fare la men­di­cante e dipen­dere dalla bontà altrui per il sos­ten­ta­mento. E così le avvolsero le brac­cia in una garza pulita, e all’alba si allon­tanò dalla vita quale l’aveva conosci­uta. Cam­minò e cam­minò. La calura fece sì che il sudore stri­asse la spor­cizia sulla fac­cia. Il vento le scarmigliò i capelli, che diven­tarono come il nido di una cicogna fatto di ramoscelli intrec­ciati alla meglio. Nel pieno della notte arrivò a un frut­teto reale in cui la luna aveva pog­giato un bar­lume di luce sui frutti che pen­de­vano dagli alberi.

Non poteva entrare per­ché il frut­teto era cir­condato da un fos­sato. Cadde in ginoc­chio, per­ché moriva di fame. Un fan­tasma bianco apparve e sollevò la para­toia, così il fos­sato si svuotò. La fan­ci­ulla cam­minò tra i peri, e in qualche modo sapeva che ogni pera per­fetta era stata con­tata e numer­ata, e qual­cuno le cus­to­diva. Un ramo si piegò così basso che potè pren­derlo. Pog­giò le lab­bra sulla buc­cia dorata di una pera e la mangiò stando lì in piedi nel chiarore lunare, con le brac­cia avvolte nella garza, i capelli scarmigliati, con l’aspetto di una donna di fango, la fan­ci­ulla senza mani.

Il guardiano vide tutto, ma riconobbe la magia dello spir­ito che cus­to­diva la fan­ci­ulla, e non inter­venne. Quando ebbe finito di man­giare quell’unica pera, la fan­ci­ulla attra­versò il fos­sato e andò a dormire al riparo degli alberi. La mat­tina dopo il re arrivò per con­tare le pere. Sco­prì che ne man­cava una. Quando venne inter­rogato il cus­tode spiegò: “Due spir­iti prosci­u­garono il fos­sato, entrarono nel gia­rdino men­tre alta era la luna, e una senza brac­cia mangiò la pera che gli si offriva”.

Il re disse che quella notte avrebbe veg­liato. A notte arrivò insieme al suo gia­r­diniere e al suo mago, che sapeva par­lare agli spir­iti. I tre sedet­tero sotto un albero e rimasero in osser­vazione. A mez­zan­otte, la fan­ci­ulla arrivò flut­tuando dal bosco, con indosso vec­chi stracci sporchi, i capelli arruf­fati, il volto stri­ato, le brac­cia senza mani, e lo spir­ito bianco accanto a lei. Entrarono nel frut­teto come l’altra volta. Di nuovo l’albero gen­til­mente si piegò per­ché potesse rag­giungerlo e lei gustò la pera all’estremità del ramo.

Il mago si avvicinò ma non troppo, e domandò: “Sei di questo mondo o non di questo mondo?”. E la fan­ci­ulla rispose: “Un tempo ero del mondo, e cionondi­meno non sono di questo mondo”. Il re inter­rogò il mago: “E’ un essere umano o uno spir­ito?”. Il mago rispose che era tutte e due le cose. Il cuore del re sob­balzò ed egli corse verso di lei e le disse a gran voce: “Non ti abban­don­erò. Da oggi in poi mi pren­derò cura di te”. Al castello fece fare per lei due mani d’argento, che furono fis­sate alle sue brac­cia. E fu così che il re sposò la fan­ci­ulla senza mani.

Dopo qualche tempo, il re dovette muover guerra a un regno lon­tano, e chiese alla madre di pren­dersi cura della sua gio­vane moglie, poiché l’amava con tutto il cuore. “Se darà alla luce un bam­bino, invi­ami imme­di­ata­mente un messaggio”.

La gio­vane regina diede alla luce un bel bam­bino e la madre del re inviò subito un mes­sag­gero per dar­gli la buona notizia. Ma lungo la via il mes­sag­gero si sentì stanco e inson­no­lito, e cadde in un sonno pro­fondo accanto alla riva di un fiume. Il Diavolo spuntò da dietro un albero e cam­biò il mes­sag­gio: diceva che la regina aveva par­torito un bam­bino che era per metà cane.

Il re rimase scon­volto, ma inviò un mes­sag­gero dicendo di amare la regina e di pren­dersi cura di lei il quel ter­ri­bile momento. L’uomo che por­tava il mes­sag­gio di nuovo arrivò al fiume e cadde in un pro­fondo sonno. Al che il Diavolo tornò e cam­biò il mes­sag­gio: “Uccidete la regina e il suo bambino”.

La vec­chia madre rimase scon­volta dalla richi­esta e inviò un mes­sag­gero per avere la con­ferma. I mes­sag­geri andarono e tornarono, sem­pre addor­men­tan­dosi vicino al fiume, col Diavolo che cam­bi­ava i mes­saggi ren­den­doli sem­pre più ter­ri­bili; l’ultimo diceva: “Con­serva la lin­gua e gli occhi della regina come prova che è stata uccisa”. La vec­chia madre non se la sen­tiva di uccidere la dolce gio­vane regina. Sac­ri­ficò invece una daina, ne prese la lin­gua e gli occhi e li nascose. Poi aiutò la gio­vane regina a legarsi il pic­colo al petto, la rico­prì con un velo e le disse che doveva fug­gire per sal­varsi la vita. Le donne piansero e si abbrac­cia­rono, nella sper­anza di rivedersi.

La gio­vane regina vagò finchè arrivò alla più grande e sel­vaggia foresta che avesse mai visto. Si aggirò intorno alla ricerca di un sen­tiero per pen­e­trarvi. All’imbrunire riap­parve il solito spir­ito bianco e la guidò fino a una povera locanda tenuta da gen­tili abi­ta­tori del bosco. Una fan­ci­ulla dall’abito bianco fece entrare la regina e la chi­amò per nome. Il bimbo venne messo a giacere. “Come fai a sapere che sono una regina?” domandò la fan­ci­ulla. “Noi che siamo nel bosco seguiamo queste cose, mia regina. Ora riposa”.

Così la regina rimase sette anni alla locanda, ed era felice con il suo bam­bino e della sua vita. Pian piano le mani ripresero a crescere, prima come pic­cole mani di bam­bina, rosee come le perle, e poi come mani di ragazza, e infine come mani di donna.

Intanto il re era tor­nato dalla guerra, e la vec­chia madre gli domandò piangente: “Per­ché hai voluto che uccidessi due inno­centi?” e gli mostrò gli occhi e la lin­gua. Udendo la ter­ri­bile sto­ria, il re vac­illò e pianse un pianto incon­sola­bile. La madre vide il suo dolore e gli rac­contò la ver­ità. Il re decise di par­tire imme­di­ata­mente, senza man­giare né bere, e di viag­giare fino in capo al mondo per ritrovarli. Per sette anni con­tinuò a cer­care. Le sue mani diven­nero nere, la barba scura come torba, gli occhi cer­chiati di rosso e riarsi. Per tutto quel tempo non mangiò né bevve, ma una forza più grande di lui lo aiu­tava a vivere.

Alla fine giunse alla locanda. La donna con l’abito bianco lo fece entrare, e lui si sdraiò, così stanco. La donna gli pose un velo sulla fac­cia e lui si addor­mentò. Men­tre il respiro diven­tava pro­fondo, il velo lenta­mente gli scivolò dalla fac­cia. Si risveg­liò per trovare accanto a sé una bel­lis­sima donna e uno stu­pendo bam­bino che lo guar­da­vano. “Io sono la tua sposa e questo è tuo figlio”. Il re avrebbe voluto cred­erle, ma la fan­ci­ulla aveva le mani. “Per le mie fatiche e la mia cura, le mani mi sono ricresciute”, disse la fan­ci­ulla. E la donna con l’abito bianco portò le mani d’argento riposte come un tesoro in un cas­set­tone. Il re si levò e prese tra le brac­cia la regina e suo figlio e quel giorno ci fu grande gioia nel bosco. Tutti gli spir­iti e gli abi­tanti della locanda parte­ci­parono a uno splen­dido fes­tino. Poi il re, la regina e il bam­bino tornarono dalla vec­chia madre, fes­teggia­rono un altro spos­al­izio ed ebbero molti bam­bini, i quali rac­con­tarono questa sto­ria a centi­naia di altri, che rac­con­tarono questa sto­ria a centi­naia di altri ancora, come voi siete tra le altre centi­naia a cui la racconto.

la fanciulla senza mani

Questa sto­ria copre un viag­gio di molti anni, il viag­gio dell’intera esistenza di una donna. Parla dell’iniziazione nel bosco sot­ter­ra­neo medi­ante il rito della resistenza.

La prima fase: il baratto alla cieca.

Quale baratto malde­stro fanno le donne? Accetti­amo il baratto meno con­ve­niente quando cedi­amo la nos­tra vita sapi­ente pro­fonda in cam­bio di una molto più frag­ile, quando rin­un­ci­amo ai denti, agli artigli, al nos­tro senso, al nos­tro odor­ato. Come il padre del rac­conto, con­clu­di­amo l’affare senza ren­derci conto della sof­ferenza che ci costerà. L’iniziazione di una donna com­in­cia con il malde­stro baratto accettato tanto tempo prima, quando ancora son­nec­chi­ava. In uno stato di dormiveg­lia psichico assai sim­ile al son­nam­bu­lismo. La figlia del rac­conto è una crea­tura ama­bile da con­tem­plare, un’innocente. Potrebbe per tutta la vita spaz­zare il cor­tile dietro al mulino.

Il rac­conto inizia con il tradi­mento non inten­zionale ma tremendo del fem­minino, dell’innocente. Il padre, sim­bolo di quella fun­zione della psiche che dovrebbe guidarci nel mondo esterno, non com­prende che molte cose non sono come appaiono al primo contatto.

A nes­sun essere sen­ziente è con­cesso di rimanere per sem­pre inno­cente in questo mondo. Per crescere dob­bi­amo affrontare il fatto che le cose non sono come a tutta prima sem­brano. La perdita e il tradi­mento sono i primi passi malfermi del lungo processo iniziatico che ci sosp­inge nella selva sub­ter­ranea. Lì pos­si­amo super­are le mura che ci siamo costruite.

Il malde­stro baratto vale anche per la donna di qual­si­asi età non iniziata, o la cui iniziazione è incompiuta.

La sto­ria com­in­cia con il sim­bolo del mulino e del mug­naio. Come questi la psiche macina idee. Questa capac­ità psichica viene detta “lavo­razione”. Ma nella sto­ria il mulino non macina, nulla si fa dei mate­ri­ali grezzi che arrivano ogni giorno nella nos­tra esistenza e la psiche smette di nutrirsi in modo critico. La vita cre­ativa della psiche si trova a un punto morto. Immag­ini­amo che in quel peri­odo ci venga offerto qual­cosa gra­tuita­mente. Quando una donna rin­un­cia agli istinti che le dicono quando è il momento giusto per dire sì e quando per dire no, quando abban­dona l’introspezione, l’intuito e tutti gli altri suoi carat­teri sel­vaggi, allora si ritrova in situ­azioni che promet­te­vano mer­av­iglie e in realtà danno sofferenza.

Il Diavolo rap­p­re­senta la forza pre­da­trice della psiche, la forza oscura, che in questo rac­conto non viene riconosci­uta per quello che è. La luce, che sia lo splen­dore della vita cre­ativa di una donna, la sua anima sel­vaggia, la sua bellezza fisica, la sua intel­li­genza o la sua gen­erosità, attrae sem­pre il preda­tore. La luce ignara e senza pro­tezione è sem­pre un bersaglio. Un tipo di baratto può essere quello di non dire mai di no pur di essere amata.

Il melo fior­ito è una metafora della fecon­dità, ma ancor più del bisogno cre­ativo inten­sa­mente sen­suale e della mat­u­razione delle idee. Con­sta­ti­amo la dev­as­tante dis­is­tima della psiche per il val­ore del fem­minino pri­mor­diale ele­mentare quando il padre dice: “Potremo certo piantarne un altro”. Il gio­vane io viene sven­duto senza che se ne riconosca il grande val­ore. Ma è pro­prio da questa frat­tura della conoscenza che prende avvio l’iniziazione alla resistenza.

Il mug­naio taglia la legna: la psiche com­in­cia ad affrontare la duris­sima fat­ica di portare luce e calore a se stessa. Ma l’io è sem­pre alla ricerca di una comoda scap­pa­toia. Quando il Diavolo dice di poter risparmi­are la fat­ica, il mug­naio accetta, sen­ten­dosi soll­e­vato che esista un sis­tema più facile: ma non esiste trasfor­mazione senza fat­ica. Quando scan­si­amo la fat­ica di tagliare la legna, al suo posto saranno tagli­ate le mani della psiche.

Questo è per tutte l’inizio. Ora il dolore diventa con­scio. In questo caso, una donna può farne qual­cosa. può usarlo per appren­dere, per diventare forte, per diventare sapiente.

La sec­onda fase: lo smembramento.

Res­ti­amo tramor­tite quando com­pren­di­amo l’accaduto. Provi­amo orrore per aver rispet­tato il baratto.

Pas­sano tre anni tra il momento del baratto e l’arrivo del Diavolo. In questi tre anni la donna non ha la chiara con­sapev­olezza di essere lei il sac­ri­fi­cio. In questi tre anni il lavoro con­siste nel raf­forzarsi il più pos­si­bile, nell’usare per sé tutte le risorse psichiche, nel diventare il più pos­si­bile con­sapevoli. L’irrequietezza è tipica di questa fase dello sviluppo spir­i­tuale. Arriva la crisi quando siamo in attesa di quel che sarà, ne siamo certe, la nos­tra dis­truzione, la nos­tra fine. Allora, come la fan­ci­ulla, drizzi­amo le orec­chie per sen­tire una voce lon­tana, che ci dice di essere forti, e come man­tenere lo spir­ito sem­plice e puro. Se ascolti­amo le voci dei sogni, le immag­ini, le sto­rie e la nos­tra arte, col­oro che se ne sono andate prima di noi, qual­cosa arriva, il per­son­ale rito psi­co­logico che serve a con­sol­i­dare questa fase del processo. Porre attorno a sé la pro­tezione della madre sel­vaggia — il cer­chio di gesso — per­me­tte che la discesa psi­co­log­ica con­tinui senza deviazioni.

La fan­ci­ulla lacrima sulle sue mani. Le lacrime sono una ger­mi­nazione di ciò che la preserva, che purifica la ferita che le è stata inferta. Qual­cosa in questo pianto tiene lon­tano il preda­tore, tiene lon­tano il deside­rio insano che la perderebbe. Le lacrime aiu­tano ad acco­modare le lac­er­azioni della psiche, là dove l’energia è colata via. Le lacrime ci ren­dono con­sapevoli, non è pos­si­bile ripren­dere a dormire quando si piange.

Il Diavolo non può avvic­i­narsi all’io sel­vag­gio, la cui purezza resp­inge l’energia dis­trut­tiva. Allora ordina al padre di muti­lare la figlia, vuole che perda le mani, cioè la capac­ità psichica di affer­rare, trat­tenere, aiutare se stessa e gli altri. Nel perdere le mani, la donna com­pie il cam­mino nella selva sub­ter­ranea dell’iniziazione. Pos­si­amo inten­dere la rimozione delle mani psichiche così come il sim­bolo veniva inteso dagli antichi. In Asia, l’ascia celes­tiale era usata per sep­a­rare l’individuo dall’io non illu­mi­nato. Le mani ven­gono recise per pren­dere le dis­tanze dalle seduzioni, dalle cose insignif­i­canti a por­tata di mano, che ci impedis­cono di crescere. L’albero fior­ito deve subire l’amputazione. Nella metafora del taglio delle mani vedi­amo che poi nascerà qual­cosa, la donna della favola non può più con­tin­uare ad essere com’è stata. Quando dici­amo che una donna ha le mani mozze, inten­di­amo che è recisa dal con­forto e dalla cura di sé, capace dunque solo di seguire il vec­chio cammino.

E’ dunque giusto con­tin­uare a pian­gere, le lacrime sono il muro d’acqua che tiene lon­tano il Diavolo, per­ché c’è qual­cosa nella purezza delle lacrime sin­cere che spezza il suo potere, le lacrime ci aiu­tano a non venir ridotti in cenere. Essere un albero fior­ito e umido è fon­da­men­tale, altri­menti ci si spezza. E’ bene pian­gere, è giusto, non risolve il dilemma, ma aiuta a continuare.

A questo punto si pro­durrà un cam­bi­a­mento nella nos­tra esistenza, la nos­tra vita come la conosce­vamo è finita. Deside­ri­amo essere sole, essere las­ci­ate in pace. Non pos­si­amo più fare affi­da­mento sulla cul­tura paterna dom­i­nante, sti­amo per la prima volta impara­ndo la nos­tra vera vita. Tutto ciò a cui davamo val­ore perde il suo sfav­il­lio. Questo induce il Diavolo a svi­g­narsela, la cosa che desidera dis­trug­gerci si ritira. E noi abbi­amo ancora dei piedi che conoscono la strada, una

mente-anima che vede lon­tano, seni e ven­tre con cui sentire.

La terza fase: il vagabondag­gio.

L’iniziazione è un processo medi­ante il quale abban­do­niamo la nos­tra incli­nazione nat­u­rale a restare incon­sapevoli e decidi­amo di perseguire, anche se dovremo lottare e sof­frire, un’unione con­scia con la mente più pro­fonda. Padre e madre ten­tano di riportare la fan­ci­ulla a uno stato incon­scio: “resta con noi”, ma la sua natura istin­tuale non accetta, per­ché sente di dover rius­cire a vivere com­ple­ta­mente sveg­lia. La fan­ci­ulla diventa una vagabonda, e questa è una res­ur­rezione a una nuova vita. In questa fase le donne spesso com­in­ciano a sen­tirsi dis­per­ate e insieme decise a con­tin­uare il viag­gio. E così las­ciano una vita per un’altra, una fase dell’esistenza per un’altra, un’amante per nes­sun altro amante. Padre e madre muoiono, i suoi nuovi gen­i­tori sono la strada e il vento. All’epoca dei grandi matri­ar­cati era inteso che una donna sarebbe stata nat­u­ral­mente con­dotta nell’oltretomba, gui­data dai poteri del fem­minino pro­fondo, era una parte della sua istruzione e un’impresa per ottenere la conoscenza.

Ora la fan­ci­ulla è affamata. Quando dis­cen­di­amo nella natura pri­maria i vec­chi modi auto­matici di nutrirsi sono elim­i­nati, cose del mondo per­dono il loro sapore, per noi non c’è cibo. E’ quindi un mira­colo della psiche se, quando siamo tanto indifese, giunge un aiuto, e al momento giusto. La fan­ci­ulla è vis­i­tata dallo spir­ito bianco, un emis­sario dell’anima, che rimuove le bar­riere che le vietano di nutrirsi. Lo spir­ito scorta la fan­ci­ulla attra­verso il regno sot­ter­ra­neo degli alberi. E’ impor­tante per la donna che com­pie il viag­gio di indi­vid­u­azione, avere buon senso spir­i­tuale, o essere assis­tita da una guida, per non cadere nella fan­tas­mago­ria dell’inconscio, per non perdersi in questo mate­ri­ale tor­men­toso. L’albero da frutta offre cibo gen­eroso, per­ché rac­coglie l’acqua nei suoi frutti. Per questo si pensa che il frutto sia investito d’anima, di una forza vitale che si sviluppa e con­tiene acqua, aria, terra, cibo e seme. La psiche delle donne nutrite con il frutto e l’acqua e il seme con­tinua nella mat­u­razione. Nei tempi più bui l’inconscio fem­minile, l’inconscio uterino, la Natura , nutre l’anima della donna: il pero del frut­teto si china per dare alla fan­ci­ulla il suo frutto. La discesa nutrirà anche se è buio, anche se si ha la sen­sazione di aver per­duto la strada. Ci nutri­amo del corpo della madre sel­vaggia, man­giamo quel che diventeremo.

La quarta fase: il ritrova­mento dell’amore nell’oltretomba.

Il re è uno dei prin­ci­pali guardiani dell’inconscio fem­minile, il suo frut­teto è ricco di alberi della vita e della morte. E’ della famiglia degli dei sel­vaggi. Come la fan­ci­ulla è capace di sop­portare molto. E come la fan­ci­ulla ha davanti un’altra discesa da com­piere. In un certo senso si direbbe che insegua la fan­ci­ulla. Quando andate vagando, qual­cuno sta­gion­ato ed esperto attende che bus­si­ate alla sua porta.

Il gia­r­diniere, il re e il mago sono tre per­son­ifi­cazioni mature dell’archetipo maschile. I prin­ci­pali agenti di trasfor­mazione pre­senti nel frut­teto sono:

LA FANCIULLA — Rap­p­re­senta la psiche sin­cera, e prima dormiente. Ma è un’eroina guer­ri­era, ha la resistenza della lupa soli­taria, sa sop­portare spor­cizia, sudi­ci­ume, tradi­mento, ferite, soli­tu­dine, esilio.

LO SPIRITO BIANCO — E’ la guida, colui che ha una sapienza innata e gen­tile, un bat­tistrada nel viag­gio della donna.

IL GIARDINIERE — E’ un colti­va­tore dell’anima, un cus­tode rigen­er­a­tivo del seme, del suolo e della radice. La sua fun­zione è la rigenerazione.

IL RE — Rap­p­re­senta un tesoro di sapienza ritrovato nell’oltretomba. Ha la capac­ità di portare nel mondo la conoscenza inte­ri­ore. Nella sto­ria, quando vaga alla ricerca della sua regina per­duta, patirà una sorta di morte che lo trasformerà da re civ­i­liz­zato in re sel­vag­gio. Rap­p­re­senta il rin­no­va­mento degli atteggia­menti e delle leggi pre­dom­i­nanti della psiche femminile.

IL MAGO — Rap­p­re­senta la magia diretta del potere fem­minile. aiuta a con­ser­varla e a met­terla in atto nel mondo esterno.

LA REGINA MADRE — In questo rac­conto è la madre del re. Rap­p­re­senta la fecon­dità, la grande autorità nel vedere i truc­chi del preda­tore, la capac­ità di atten­uare le maledi­zioni. E’ il concime che fa nascere le idee.

IL DEMONIO — E’ il preda­tore nat­u­rale della psiche fem­minile, è una forza che è stata sep­a­rata dal suo aspetto por­ta­tore di vita, una forza da domare e con­tenereE’ attra­verso la con­giun­zione e la pres­sione di tali ele­menti dis­sim­ili alber­ganti lo stesso spazio psichico che si fanno l’energia, l’introspezione e la conoscenza. Avverrà una morte spir­i­tuale e nascerà una nuova vita. Se vi trovate nel frut­teto e con voi ci sono questi aspetti psichici iden­ti­fi­ca­bili, non è il caso di vol­gere le spalle: dob­bi­amo andare avanti.

Le pere rap­p­re­sen­tano un’esplosione di vita nuova, un seme della nuova indi­vid­u­al­ità. Sono lì per tutte le per­sone affa­mate durante il lungo viag­gio verso l’oltretomba.

I tre attributi maschili della psiche fem­minile — il gia­r­diniere, il re, il mago– sono col­oro che osser­vano, inter­rogano e aiu­tano la donna nel suo viag­gio nell’oltretomba.

Medi­ante il sim­bolo rotondo del fiume, il fos­sato, il rac­conto ci avverte che quest’acqua non è un’acqua qual­si­asi, è un con­fine, quando si passa si entra in un altro stato dell’essere. Qui la fan­ci­ulla passa attra­verso lo stato di con­sapev­olezza ris­er­vato ai morti, ma non deve morire, bensì attra­ver­sare la terra dei morti come crea­tura vivente, per­ché è così che si forma la con­sapev­olezza. L’acqua del fiume non va bevuta, né attra­ver­sata. Non dob­bi­amo giacere e addor­mentarci su quanto è stato tanto dif­fi­cile rag­giun­gere, né saltare nel fiume nel folle ten­ta­tivo di accel­er­are il processo. Dob­bi­amo pas­sare nel letto prosciugato.

Il mago dice che la fan­ci­ulla è sia un essere umano che uno spir­ito: vive nei giorni del mondo di sopra, ma il lavoro di trasfor­mazione avviene nel mondo sot­ter­ra­neo, e lei può stare in entrambi. Quando una per­sona si trova in questo stato di duplice cit­tad­i­nanza, può com­met­tere l’errore di pen­sare che sia una buona idea allon­ta­narsi dal mondo, dalla vita mon­dana, con tutte le sue fatiche e i suoi doveri. Invece in questi momenti il mondo esterno è l’unica fune rimasta alla cav­iglia di chi spen­zola nell’oltretomba. Questa fat­ica di vagare in due mondi ci porta ad abban­donare le paure e le ambizioni dell’io per seguire sem­plice­mente ciò che arriva.

Il re lan­cia un’occhiata alla fan­ci­ulla e imme­di­ata­mente, senza un dub­bio o un trem­ito, la ama come fosse sua. La riconosce sua non nonos­tante il fatto che sia una sel­vaggia vagabonda senza mani, ma pro­prio gra­zie ad esso. Anche se vaghi­amo sporche e ves­tite di stracci, e senza mani, una gran forza dell’Io può amarci, e ci stringe al suo cuore. Il re promette di pro­teggerla e amarla. Ora la psiche è più con­scia, avverrà lo spos­al­izio tra due parti così dis­parate, due vite ener­giche ma dis­sim­ili sono unite. Il re ordina per la fan­ci­ulla un paio di mani-spirito, ora la donna ha la capac­ità di cam­minare e la man­u­al­ità, la mano sim­bol­ica nel mondo sot­ter­ra­neo può vedere al buio e attra­ver­sare il tempo. Le mani psichiche per­me­t­tono di affer­rare meglio i mis­teri dell’oltretomba, rap­p­re­sen­tano un pas­sag­gio della fan­ci­ulla in un ruolo diverso.

La quinta fase: lo strazio dell’anima.

Il re si sposa e deve subito par­tire per la guerra, lon­tano: l’energia regale della psiche ricade in modo che possa ver­i­fi­carsi il passo suc­ces­sivo del processo, e sia sot­to­posta a deb­ita prova la posizione psichica appena trovata dalla donna. Quando sen­ti­amo una minore vic­i­nanza del sostegno, sta per com­in­ciare un peri­odo di prova durante il quale ci sarà chiesto di nutrirci soltanto della memo­ria dell’anima, finchè l’amato non potrà tornare. Allora i nos­tri sogni sono il solo amore che per qualche tempo avremo. Il con­trib­uto psichico del re è man­tenuto dall’amore e dalla memoria.

Spesso in questo peri­odo la donna è ricolma di un’idea nascente su quello che la sua vita può diventare se per­se­ver­erà nel lavoro. Per via dell’esplosione di vita nuova, di nuovo salta nell’abisso. Ma questa volta l’amore del maschile inte­ri­ore e dell’Io sel­vag­gio la soster­ranno come mai era accaduto prima. L’unione del re e della regina nel mondo sot­ter­ra­neo pro­duce un bam­bino magico che ha tutto il poten­ziale del mondo sot­ter­ra­neo. Par­torire sig­nifica divenire se stesse, un unico io, una psiche non divisa. Nella nascita sot­ter­ranea una donna apprende che tutto ciò che la sfiora è una parte di lei. Un nuovo io avanza. La nos­tra vita inte­ri­ore, quale l’abbiamo conosci­uta, sta per cam­biare. Quel che brami­amo non potrà mai essere offerto da un com­pagno, da un lavoro, dal denaro, da qual­cosa di nuovo. Quel che brami­amo è l’altro mondo, il mondo che sostiene la nos­tra vita in quanto donne.

La madre del re è la vec­chia La Que Sabè. Quando nasce l’Io bam­bino la vec­chia regina madre invia un mes­sag­gio al re ma il messo che dovrebbe col­le­gare e ren­dere pos­si­bile la comu­ni­cazione tra queste due com­po­nenti della nuova psiche non sa ancora difend­ersi dalla forza distruttiva/seduttiva della psiche. Si addor­menta, e il Diavolo affam­ato è in agguato. Egli trasforma un mes­sag­gio che doveva provo­care amore e festa in uno che provoca dis­gusto. Il Diavolo si fa beffe di noi: “Sei tor­nata all’ingenuità e all’innocenza ora che sei amata? Pensi che sia tutto finito, stu­pidis­sima donna?”. Questo è l’errore: dimen­ti­carsi dell’esistenza del Diavolo. Il preda­tore è abile nel trav­is­are le percezioni umane e le com­pren­sioni vitali che ci ser­vono per svilup­pare dig­nità morale, prospet­tiva vision­aria e azione adeguata nelle nos­tra vita e nel mondo. Se è vero che il preda­tore predilige la preda affamata d’anima, è attratto anche dalla con­sapev­olezza, dalla riforma, dalla lib­er­azione e dalla nuova lib­ertà. Egli tra­muta i mes­saggi por­ta­tori di vita tra l’anima e lo spir­ito in mes­saggi por­ta­tori di morte , che ci spez­zano il cuore, provo­cano ver­gogna e ci inducono a non fare l’azione giusta.

Comunque, la madre del re vede bene cosa sta acca­dendo e si rifi­uta di sac­ri­fi­care la figlia. Smaschera il preda­tore. Non cede. La donna sel­vaggia sa come trattare un preda­tore. Le donne imparano a cer­care il preda­tore invece di cer­care di scac­cia­rlo, igno­rarlo e mostrarsi gen­tili con lui. Appren­dono i suoi truc­chi, i suoi trav­es­ti­menti, il modo in cui pensa. Allora, sia che il preda­tore nasca all’interno, sia che venga dalla cul­tura esterna, saremo capaci di ten­er­gli testa.

E’ un fatto psichico che quando si dà vita a qual­cosa di bello, emerge anche qual­cosa di meschino, qual­cosa di invidioso, che manca di com­pren­sione o ostenta dis­prezzo. Il nuovo bam­bino verrà ingiuri­ato, definito brutto e biasi­mato. L’antidoto è la con­sapev­olezza dei pro­pri punti deboli e delle pro­prie doti, così che il com­p­lesso non possa agire per conto pro­prio. Quando una donna ha un com­p­lesso del Demo­nio, accade questo: pros­egue nel suo cam­mino, lavora bene, pen­sando ai casi suoi, e all’improvviso ecco che salta fuori il Diavolo, e tutto il suo lavoro crolla. Il Diavolo mente e dice che il tempo trascorso dalla donna nel mondo sot­ter­ra­neo ha prodotto un mostro, men­tre in realtà ha prodotto uno splen­dido bambino.

Occorre moltissima fede per con­tin­uare, ma dob­bi­amo, e lo faremo. Sarebbe rovi­noso abban­donare il lavoro ora. Il re della nos­tra psiche ha cor­ag­gio. Non si piegherà al primo colpo. Non si accar­toc­cerà nell’odio e nel cas­tigo come spera il Diavolo. Il re è scon­volto dal mes­sag­gio ma dice di pren­dersi cura della regina e del bam­bino. Pos­sono due forze restare col­le­gate anche se una è con­sid­er­ata abominev­ole e spregev­ole? Pos­sono restare accanto indipen­den­te­mente da tutto ? La risposta e sì.

Quando il mes­sag­gio chiede di uccidere la regina e il bam­bino, la madre del re oppone un netto rifi­uto. Il preda­tore spera che la psiche uccida in sé l’aspetto appena risveg­liato, quello della donna sapi­ente. Ma essa dice : “E’ troppo, non posso sop­por­tarlo.” E com­in­cia ad agire con mag­giore astuzia. La madre invia la gio­vane in un altro luogo sim­bol­ico dell’iniziazione, il bosco. Questo sarebbe stato nel corso nat­u­rale degli eventi, anche senza l’apparizione del Diavolo. Il Diavolo ci fa sen­tire l’esigenza di alzarci e cor­rere al luogo suc­ces­sivo di iniziazione, che ci inseg­n­erà i cicli finali della vita femminile.

Cop­erta da un velo, la fan­ci­ulla se ne va nel bosco, con il suo bam­bino al seno. Il velo segna la dif­ferenza tra nascon­dersi e trav­e­s­tirsi. E’ il sim­bolo della con­cen­trazione in se stesse. Dob­bi­amo ten­erci stretta l’energia vitale e non ced­erla a chi­unque la chieda, a qualunque ispi­razione ci colga. Met­tere un velo su qual­cosa ne aumenta l’azione e il sen­ti­mento. La fan­ci­ulla del rac­conto, velata, è intoc­ca­bile, è di nuovo pro­tetta. Siamo pro­tette da una soli­tu­dine supe­ri­ore, son­tu­osa, che ci nutre e ci dà saggezza. I diver­ti­menti del mondo di sopra non ci abbagliano. Siamo meli in fiore in movi­mento, alla ricerca della foresta alla quale apparte­ni­amo. In questo peri­odo siamo incar­i­cate di ricor­dare, di per­sis­tere nel nutri­mento spir­i­tuale, anche se siamo sep­a­rate da quelle forze che ci hanno sostenuto in pas­sato. Non pos­si­amo restare per sem­pre nell’estasi dell’unione per­fetta. Il nos­tro lavoro con­siste nello svez­zarsi da queste forze alta­mente ecc­i­tanti, pur restando in con­sapev­ole col­lega­mento con loro, e andare avanti verso il com­pito suc­ces­sivo. Se res­ti­amo in un luogo prefer­ito della psiche, nella bellezza e nel rapi­mento, l’individuazione pro­cede fati­cosa­mente e lenta­mente. Le forze sacre un giorno vanno abban­do­nate, almeno tem­po­ranea­mente, per­ché possa ver­i­fi­carsi la fase suc­ces­siva del processo.

La sesta fase: il regno della Donna Selvaggia.

La regina resta sette anni nella locanda del bosco, lenta­mente le ricrescono le mani. Il com­pito viene por­tato a ter­mine. Lo spir­ito bianco che la guida e che la pro­tegge è la vec­chia Madre Sel­vaggia, la psiche istin­tuale che sa sem­pre cosa sta per accadere. I com­piti e gli adem­pi­menti di questi sette anni non ven­gono men­zionati, ma l’iniziazione fem­minile è un arche­tipo, il cui nucleo resta sem­pre costante, nonos­tante le numerose vari­anti. La vita di una donna si divide in fasi di sette anni cias­cuna, e ogni peri­odo com­prende una certa serie di espe­rienze e adempimenti.

Nel peri­odo in cui rimane nel bosco alla fan­ci­ulla ricrescono le mani seguendo le varie fasi. La sua com­pren­sione di quanto è accaduto è inizial­mente imi­ta­tiva, come in una bam­bina. Men­tre le mani diven­tano quelle di una ragazza, sviluppa una com­pren­sione com­pleta ma non asso­luta di ogni cosa. Quando infine diven­gono mani di donna, ha una presa esperta e più pro­fonda sul non con­creto, il metaforico, il sacro sen­tiero che ha percorso.

Allora la donna com­prende di ria­vere una presa sulla sua vita, e mani per rimodel­larla. E’ mat­u­rata, ora è davvero “den­tro di sé”.

La set­tima fase: la sposa e lo sposo selvaggi.

Anche la ricerca del re dura sette anni. Alla fine c’è una festa spir­i­tuale. Il re, la regina e il bam­bino tor­nano dalla madre del re, e si cel­e­bra un nuovo spos­al­izio. Alla fine, la donna che ha com­pi­uto la discesa, ha mesco­lato quat­tro poteri spir­i­tu­ali: l’animo regale, l’Io bam­bino, l’antica Madre Sel­vaggia e la ragazza iniziata. Sono questi quat­tro poteri a dirigere la psiche.

La fan­ci­ulla non è più la donna che il re ha sposato, non è più la frag­ile anima vagante. Ora conosce i suoi modi di donna in tutte le ques­tioni. Ha le mani. Dunque il re deve sof­frire per svilup­parsi, per essere capace di portare quel che lei è e quel che lei sa su nel mondo. Egli non ha per­duto le mani, ma la sua regina e la sua prog­e­nie, così l’animo imita il sen­tiero della fan­ci­ulla. Questo rior­ga­nizza il modo di essere della donna nel mondo, quello che la donna ha appreso si riflet­terà non solo nella sua anima, ma sarà anche agito nel mondo.

Una delle cose sor­pren­denti di questa lunga iniziazione è che la donna che la affronta con­tinua a vivere rego­lar­mente all’esterno: ama gli amanti, par­torisce figli, rin­corre l’arte, si pre­oc­cupa del cibo, dipinge, lavora a maglia, lotta, sep­pel­lisce i morti, esegue i lavori quo­tid­i­ani e quelli del lon­tano viag­gio in pro­fon­dità. E’ meglio restare nel mondo che las­cia­rlo, per­ché la ten­sione è migliore e la ten­sione pro­duce una vita preziosa.

Il ten­ta­tivo del demo­ni­aco di sor­pren­dere l’anima è alla fine fal­lito. Il fatto che sia la fan­ci­ulla senza mani sia il re sof­frano attra­verso la stessa iniziazione di sette anni è il ter­reno comune tra il fem­minile e il maschile. Ci comu­nica che , invece dell’antagonismo, tra le due forze può instau­rarsi un amore pro­fondo, specie se rad­i­cato nella ricerca di se stessi.

Per le donne il lavoro con­siste nel vagare nella foresta, e poi ricom­in­ciare a vagare. Inizial­mente è dura stare con la Donna Sel­vaggia. Riparare l’istinto fer­ito, bandire l’ingenuità, appren­dere gli aspetti più pro­fondi della psiche e dell’anima, trat­tenere quel che abbi­amo appreso, non vol­gerci altrove, procla­mare a gran voce che cosa vogliamo…tutto ciò richiede una resistenza scon­fi­nata e mistica.