la resistenza taciuta
martedì 29 dicembre 2009 alle 04:38 - scritto da: dnnl
nella categoria: autoproduzioni donnolalab, memorie e progetti

volantino mostra partigiane

Questa mostra nasce dalla let­tura di un libro, “La resistenza taci­uta, dod­ici vite di par­ti­giane piemon­tesi”, di Bruz­zone e Farina.
Il libro, uscito nel 1975 e ripub­bli­cato nel 2004,fu un “cult” del movi­mento fem­min­ista degli anni ’70, che rin­trac­ciava nell’esperienza di queste donne un antecedente, una linea di dis­cen­denza fem­minile a cui rial­lac­cia­rsi e con cui con­frontarsi.
Par­tendo da questo libro siamo andate alla ricerca di altre tes­ti­mo­ni­anze e nar­razioni di donne attive in quegli anni, per cer­care di dare voce a chi ne ha sem­pre avuta poca: donne, donne che si oppon­gono, donne del popolo, operaie e con­ta­dine.
Se dob­bi­amo sceglierci delle madri ci piace che siano donne ribelli.
Ci sem­bra impor­tante e nec­es­sario par­lare oggi di resistenza. Infatti qui ci tro­vi­amo, ancora a resistere, a com­bat­tere con­tro poteri forti, reali e mate­ri­ali. Le risposte che vanno cer­cate sono metodi per destrut­turare e dis­trug­gere questi poteri, metodi che pos­sono essere diversi tra loro ma devono essere effi­caci: in questo senso la con­trap­po­sizione violenza-non vio­lenza ci appare essere un falso prob­lema. Si sente dire spesso che uti­liz­zare metodi vio­lenti sig­nifica diventare come il potere che si com­batte. Le sto­rie, i des­tini, le parole e il sen­ti­mento di queste donne sem­brano smen­tirlo: per loro agire è  stata sem­plice­mente una neces­sità .
Forse è¨ invece il ricer­care potere quello che può ren­dere sim­ili al potere e far ritornare la ruota al punto di partenza”. E tocca purtroppo ancora rib­adire che una cosa è “la vio­lenza del carnefice e un’altra quella di chi si ribella alla carn­efic­ina.“
Le donne parte­ci­parono in molti modi alla resistenza, dalle par­ti­giane com­bat­tenti alle operaie che orga­niz­za­vano scioperi nelle fab­briche, dalle staffette alle donne che prepar­a­vano calzini e cibo per chi com­bat­teva in mon­tagna, da quelle che nascon­de­vano i ren­i­tenti a quelle che face­vano azioni di sab­o­tag­gio e infor­mazione.
Parte­ci­pare alla lotta col­let­tiva sig­nificò per queste donne la pos­si­bil­ità  di rompere esplici­ta­mente con i mod­elli fem­minili imposti dal regime (ma che ripro­duce­vano una realtà di lunga durata) di pas­sare alla riv­olta aperta, di essere alla pari con gli uomini nella ricerca di una vita nuova. Godere di autono­mia di sposta­mento e azione rap­p­re­sentò per loro il rag­giung­i­mento di uno spazio di lib­ertà  impens­abile poco tempo prima. L’esperienza della resistenza, pur trag­ica, fece sco­prire loro la pos­si­bil­ità  di uscire da quei ruoli e spazi in cui le donne erano chiuse, fu l’occasione per instau­rare relazioni nuove tra uomini e donne, tra donne e donne.
Le donne furono cer­ta­mente spinte all’azione dall’odio per l’ingiustizia e il fas­cismo, dalla lotta di classe, dalla volontà  di farla finita con l’invasione straniera, ma c’era in più un pro­fondo impulso alla lib­er­azione per­son­ale. In quel breve peri­odo tutto cam­bi­ava velo­ce­mente e la vita si inven­tava giorno per giorno. La scelta era una scelta di vita, che com­por­tava un capo­vol­gi­mento di val­ori. Si poteva credere che quella lib­ertà  fem­minile avrebbe seg­nato la nuova soci­eta’  nata dalla lotta.
E invece no, l’incontro dei generi che pareva pos­si­bile durante la guerra di lib­er­azione sem­bra svanire subito dopo. Nel dopoguerra si assiste a una pesante nor­mal­iz­zazione. Da parte delle forze mod­er­ate, ma anche da parte della sin­is­tra, par­tito comu­nista com­preso. La risposta, uni­taria, fu l’invito a sac­ri­fi­carsi, a tirarsi indi­etro. In realta’ per tutti, ma ancor piu’ per le donne.
Dopo la lib­er­azione queste donne sem­brano essere dimen­ti­cate, taciute, vita pub­blica e vita pri­vata pre­cip­i­tano nella dimen­ti­canza.
’Alle staffette, nelle sfi­late, met­te­vano la fas­cia da infermiera.’

…prossi­ma­mente in dig­i­tale…